Roma, 22 gen. - (Adnkronos) - "Questo federalismo fiscale si iscrive in un quadro di scelte centralistiche del governo Berlusconi che lo infragilisce, eppure qualcosa di significativo è accaduto: dopo aver contribuito alla riforma del Titolo V, alla sconfitta del centrodestra nel referendum sulla sua riforma costituzionale, siamo stati una forza riformista che è stata a pieno titolo nella discussione di un testo che ha contribuito a capovolgere". Lo ha detto Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd, annunciando l'astensione del gruppo sul federalismo fiscale. Finocchiaro ha ricordato, fra l'altro, che c'era in origine un tentativo 'egoistico' delle regioni "di tenere sul proprio territorio tutta la ricchezza prodotta" e invece ora "abbiamo contribuito a determinare un modello di federalismo che può formare una nuova unità nazionale". Il capogruppo ha avvertito che "l'attesa non sarà paziente" rispetto alle risposte attese sull'impatto economico finanziario che Giulio Tremonti ieri non ha dato, mentre la Bicamerale per l'attuazione del federalismo "non ha poteri in più rispetto alle altre commissioni" e c'è il rischio di un "Parlamento disarmato" di fronte ai decreti attuativi che richiederanno alcuni anni per realizzare computamente il federalismo fiscale. "Abbiamo smontato il cliché dell'opposizione riottosa" che dice solo no, ha detto Finocchiaro rivolta al premier Silvio Berlusconi. "Non so se si replicherà sulla riforma della giustizia, ma la faccenda -ha specificato- dipende dal governo e dalla maggioranza. Da loro dipende la possibilità di costrtuire il consenso attorno alle grandi riforme che servono al Paese". Infine, un ringraziamento a chi nel gruppo si è speso particolarmente nei lavori di commissione e d'aula, il relatore Walter Vitali, ma anche al ministro Roberto Calderoli. Sul grazie al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le cui parole di fine anno "ci hanno rafforzato nelle scelte" e al presidente del Senato Renato Schifani, l'aula di palazzo Madama ha quindi applaudito in maniera bipartisan.
giovedì 22 gennaio 2009
Finocchiaro: opposizione costruttiva
Roma, 22 gen. - (Adnkronos) - "Questo federalismo fiscale si iscrive in un quadro di scelte centralistiche del governo Berlusconi che lo infragilisce, eppure qualcosa di significativo è accaduto: dopo aver contribuito alla riforma del Titolo V, alla sconfitta del centrodestra nel referendum sulla sua riforma costituzionale, siamo stati una forza riformista che è stata a pieno titolo nella discussione di un testo che ha contribuito a capovolgere". Lo ha detto Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd, annunciando l'astensione del gruppo sul federalismo fiscale. Finocchiaro ha ricordato, fra l'altro, che c'era in origine un tentativo 'egoistico' delle regioni "di tenere sul proprio territorio tutta la ricchezza prodotta" e invece ora "abbiamo contribuito a determinare un modello di federalismo che può formare una nuova unità nazionale". Il capogruppo ha avvertito che "l'attesa non sarà paziente" rispetto alle risposte attese sull'impatto economico finanziario che Giulio Tremonti ieri non ha dato, mentre la Bicamerale per l'attuazione del federalismo "non ha poteri in più rispetto alle altre commissioni" e c'è il rischio di un "Parlamento disarmato" di fronte ai decreti attuativi che richiederanno alcuni anni per realizzare computamente il federalismo fiscale. "Abbiamo smontato il cliché dell'opposizione riottosa" che dice solo no, ha detto Finocchiaro rivolta al premier Silvio Berlusconi. "Non so se si replicherà sulla riforma della giustizia, ma la faccenda -ha specificato- dipende dal governo e dalla maggioranza. Da loro dipende la possibilità di costrtuire il consenso attorno alle grandi riforme che servono al Paese". Infine, un ringraziamento a chi nel gruppo si è speso particolarmente nei lavori di commissione e d'aula, il relatore Walter Vitali, ma anche al ministro Roberto Calderoli. Sul grazie al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le cui parole di fine anno "ci hanno rafforzato nelle scelte" e al presidente del Senato Renato Schifani, l'aula di palazzo Madama ha quindi applaudito in maniera bipartisan.
mercoledì 21 gennaio 2009
Letta: Contributo solidarietà da parlamentari
Roma, 21 gen. (Apcom) - Un "contributo di solidarietà" a carico dei parlamentari e dei redditi "alti" per finanziare una riforma degli ammortizzatori sociali. Lo ha proposto il ministro-ombra del lavoro Enrico Letta, parlando oggi a 'Unomattina'. Per Letta bisogna fare "subito la riforma degli ammortizzatori sociali. Lo diciamo da mesi e ora non c'è più tempo da perdere. Per finanziare questi nuovi strumenti di protezione nei confronti di chi, per colpa della crisi, perderà il lavoro o non vedrà rinnovato il proprio contratto parasubordinato, è fondamentale introdurre un contributo di solidarietà da prelevare dai redditi pari e superiori a quelli dei parlamentari, ovviamente questi ultimi compresi. Certo, questo intervento, da solo, non sarà sufficiente e altri finanziamenti andranno previsti. Ma un segnale immediato di solidarietà è comunque necessario".
Federalismo: Pd dalla parte dei sindaci
(ASCA) - Padova, 21 gen - ''Stiamo dalla parte dei sindaci: il governo sta pesantemente sottovalutando la questione''. Paolo Giaretta, senatore e segretario del Partito Democratico veneto, ritiene legittima la protesta dei Comuni veneti contro la politica del governo, che in tema di federalismo fiscale e valorizzazione delle Autonomie Locali ''sta dimostrando una drammatica incoerenza tra le parole e i fatti''. E aggiunge: ''La maggioranza che governa questo Paese, a questo punto, deve dare una prova concreta che crede al federalismo. Evidenze finora non ce ne sono: infatti, a fronte di un disegno di legge sul federalismo vago e a lunghissimo termine, il governo ha messo in campo misure, queste sì molto concrete e di immediata applicazione, che privano le Autonomie locali virtuose di spazi di manovra e di risorse e premiano invece i comportamenti inefficienti come è successo con Roma e con Catania''. ''Noi offriamo alla maggioranza due occasioni per dimostrare che la sua ambizione di realizzare in questo Paese un vero sistema federale e' credibile - conclude Giaretta - Come parlamentari veneti abbiamo presentato due emendamenti: uno al disegno sul federalismo con cui chiediamo di introdurre da subito l'attribuzione del 20% del gettito Irpef ai Comuni e l'altro al decreto anti-crisi con cui chiediamo la soppressione della norma che esenta Roma dal rispetto del patto di stabilita' per due anni. La destra sostenga le nostre proposte, dia una prova che vuole con i fatti, non solo a parole, fare il federalismo nel nostro Paese''.
martedì 20 gennaio 2009
Obama: Veltroni, il mondo cambia
“Il mondo cambia, perché c’è un Presidente di una generazione nuova ed un Presidente nero. E’ la dimostrazione del valore e dell’importanza che può avere la politica quando si nutre di ambizioni forti. Solo 45 anni fa Martin Luther King dal Mall di Washington, dove ieri si è svolto il concerto per salutare l’elezione di Barack Obama, sperava che un giorno bambini bianchi e neri avrebbero potuto darsi la mano. Oggi c’è un Presidente nero, il primo Presidente nero, eletto dalla maggioranza degli americani”. Lo afferma Walter Veltroni in una intervista al Tg1. Alla domanda su cosa possa cambiare per la sinistra europea, Veltroni risponde: “Si apre un ciclo nuovo, un ciclo fatto di valori nuovi ed idee nuove. Naturalmente il Presidente Obama comincia il suo lavoro nel momento più difficile della storia degli Stati Uniti e probabilmente anche della storia del mondo dal dopoguerra in poi. Dovrà dunque misurare la portata del suo disegno di cambiamento profondo con la durezza di una condizione strutturale della società Usa molto difficile”.(Fonte: La Repubblica)
lunedì 19 gennaio 2009
1919, la riscossa dei cattolici
«A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini supremi della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà». Parole scritte la sera del 18 gennaio 1919 e rese pubbliche il giorno dopo. Novant’anni fa. Una indisposizione aveva obbligato don Luigi Sturzo a non muoversi dall’albergo di santa Chiara a brevissima distanza da Montecitorio. Quindi, in una stanza dell’albergo, anziché nella sede ufficiale di via dell’Umiltà 36, dove si riuniva la 'piccola costituente' incaricata di dar vita alla nuova formazione politica, il Partito Popolare, nasceva l’appello. Questo poneva fine alla lunga traversata dei cattolici italiani: dall’opposizione intransigente allo Stato liberale nato dal Risorgimento alla accettazione piena della democrazia. Con il Partito Popolare veniva di fatto accantonata la 'questione romana'; era superato il 'non expedit' che fino alla Grande Guerra aveva bloccato una partecipazione organizzata dei cattolici alle elezioni politiche. Nasceva un partito che avrebbe scompaginato regole, norme, tradizioni che fino ad allora, soprattutto nel decennio giolittiano e nel tormentato ed inquieto periodo postbellico, avevano segnato la classe politica del Paese. Per lo storico Federico Chabod era «il più importante evento politico nella storia italiana del XX secolo». Quello che novant’anni fa si presentava sulla scena del Paese era infatti un partito laico, non clericale, anche se aveva le sue radici e la gran parte dei suoi consensi nelle tante realtà del mondo cattolico italiano. La fedeltà all’ispirazione cristiana non alterava l’impegno politico ma rendeva il partito consapevole come avrebbe sottolineato Pietro Scoppola - che «la società è prima dello Stato e che nella società si esprime liberamente l’esperienza religiosa che alimenta lo spirito democratico». Il Partito Popolare era un partito non ideologico, nella realtà civile, economica, sociale del tempo segnato da una ideologizzazione spinta in presenza di un socialismo marxista e rivoluzionario e di un crescente nazionalismo esasperato che si scontravano, anche con la violenza, per arrivare al potere in un Paese carico di tensioni, nel quale erano messi in discussione quei principi di libertà e di giustizia che la crisi evidente dello Stato liberale non riusciva più a garantire per tutti gli italiani. Il Partito Popolare si rivolgeva ai cittadini - e questa era una discontinuità evidente - con un preciso programma articolato in dodici punti ( spaziavano dalla «integrità della famiglia» alla organizzazione della Società delle nazioni) frutto di una riflessione politica che Sturzo aveva avviato già nel 1905 con il discorso di Caltagirone (la città dove era prosindaco) nel quale aveva sottolineato l’esigenza «di un partito autonomo, libero e forte, che si avventuri nelle lotte della vita nazionale». E non è un caso che i due aggettivi si ritrovino nell’appello del 1919. Ma la costituzione del Partito Popolare conglobava e superava tutto il lungo travaglio che sul piano storiografico è stato ampiamente affrontato nelle sue varie tappe, anche quelle contraddittorie, che avevano caratterizzato il movimento cattolico. Dentro la sua realtà c’erano i punti del 'programma di Torino' del 1899, la crescente incisiva presenza nel governo di Comuni e Province, nelle leghe bianche, nelle casse rurali, nelle cooperative, la Democrazia Cristiana di Romolo Murri e la Lega democratica di Eligio Cacciaguerra; i cattolici deputati eletti nel 1904 (il primo parzialissimo strappo al 'non expedit'), il Patto Gentiloni del 1913, cioè l’alleanza tra 'clericali' e liberali che aveva registrato il netto dissenso di Sturzo (nel discorso di Caltagirone aveva invitato i cattolici ad essere «o sinceramente conservatori o sinceramente democratici»). Era stato, quello dei cattolici, un cammino nelle istituzioni che si sarebbe concluso con la Grande Guerra e che avrebbe portato alla nascita del Partito Popolare. Il 17 novembre 1918, Sturzo aveva pronunciato a Milano un organico discorso sui «problemi del dopoguerra» nel quale era contenuta la costituzione di un partito di ispirazione cristiana, diffuso su base nazionale, ma in uno Stato fortemente regionale, quasi al limite del federalismo. Poche settimane dopo, l’appello «ai liberi e forti» avrebbe reso pubblico il programma di un partito nuovo fondato sul personalismo, sul riconoscimento pieno delle autonomie, sui valori della sussidiarietà e della solidarietà, sulla costruzione dell’Europa unita. Parole e temi inusuali e non apprezzati allora e che in parte spiegano la breve vita del Partito Popolare (comprensiva anche di alcune sue valutazioni errate) e che oggi ritroviamo, più o meno condivisi o distorti, nel dibattito politico. La storia del Partito Popolare, legata ad «un prete intrigante», come Mussolini avrebbe definito Sturzo, non è stata inutile. Nella crisi attuale della politica forse ha ancora qualcosa da dire ai cattolici e ai laici. Qui a destra i partecipanti al Congresso del Partito popolare italiano del 1920 a Napoli: in primo piano seduto don Luigi Sturzo, in piedi sulla destra Alcide De Gasperi. Sulla sinistra don Sturzo.di Antonio Airò
(Fonte: Avvenire 15/01/2009)
domenica 18 gennaio 2009
Veltroni: Sturzo, riferimento per il Pd e il Paese
Caltagirone, 18 gen. (Adnkronos) – “Don Sturzo è uno dei grandi riferimenti non solo per il Pd ma anche per il paese intero. C’è da riflettere a partire da Sturzo sull’idea del federalismo, sull’idea di un paese che si governa non solo dal centro ma anche dalle città”. Lo ha detto Walter Veltroni, oggi a Caltagirone in provincia di Catania dove ha partecipato ad un convegno sul federalismo in occasione del 90° anniversario dell’appello “Agli uomini liberi e forti” di don Luigi Sturzo.“La sua idea di federalismo - ha proseguito il leader del Pd- era molto concentrata sui comuni e sui momenti di governo più prossimo dei cittadini”. “Siccome è un momento molto difficile per l’Italia, un momento di crisi molto grave che secondo me il governo sta sottovalutando, l’idea di dire che il paese può riprendere a partire dalle sue esperienze locali - ha concluso Veltroni - è, per me, l’idea giusta”.
venerdì 16 gennaio 2009
Navarro-Valls: Il ruolo della sinistra
Da Joaquim Navarro Valls, già addetto stampa di Papa Giovanni Paolo II, un contributo significativo al dibattito sulla e nella “sinistra”. Il contributo è stato pubblicato dal quotidiano La Repubblica.di Joaquín Navarro-Valls
Oggi la retorica del disordine è divenuta realmente una nuova forma di totalitarismo. Abbiamo tutti davanti agli occhi l'immagine di una realtà sociale non più uniforme e omogenea, come si presentava fino a qualche tempo fa, ma contornata da un insieme variegato di aspetti, tendenze e interessi individuali in conflitto. E’ la vittoria di un principio anarchico non voluto, ma desiderato inconsciamente e con perseveranza da tutti per lungo tempo. Basta riflettere sul fatto che l’emancipazione è stata una delle spinte dominanti dei movimenti rivoluzionari del XIX secolo, per riconoscere come una vittoria finale della sinistra quella cui assistiamo in questo primo squarcio di millennio. Benedetto Croce ha parlato profeticamente, quasi un secolo fa, dell’Europa come di un continente lacerato dalla lotta tra libertà e autorità. Attualmente è facile intravedere, anche da questo lato, la vittoria schiacciante degli ideali della sinistra su tutti gli altri. Nel panorama contemporaneo il mondo, e non solo l’Europa, è rapidamente mutato. Anzi, si dovrebbe dire che l’eccezionalità del passato è finita per sempre. Senza grandi rimpianti, a dire il vero. La società odierna ha i pregi e i difetti opposti rispetto alla precedente: manca d'ordine, laddove ce n’era fin troppo, e ha troppa imprevedibilità, laddove non ce n'era quasi per niente. Anche per questo, è urgente ripensare la categoria politica realmente al centro di tutto il complesso sviluppo storico che stiamo vivendo, ossia l’idea di sinistra. La prima osservazione da fare al riguardo è il riconoscimento che la visione del mondo progressista indubbiamente esce vincente dal Novecento. Se mettiamo da parte la sconfitta della dittatura sovietica, infatti, il modo di vivere è molto più di sinistra adesso di quanto avrebbe potuto sperare un rivoluzionario della fine dell’Ottocento: vi sono libertà, diritti, prerogative economiche diffuse, un tempo inimmaginabili, e, sia pure forse più formalmente che altro, non esistono discriminazioni celebrate pubblicamente e imposte dallo Stato, almeno in Occidente. Se ciò non ci soddisfa molto è perché riteniamo che tutto questo sia il volto ambiguo della modernità, e non un lascito positivo della sinistra. Se il disegno si è avverato, tuttavia, è perché l’attuale politica internazionale, nonché la stessa diarchia destra e sinistra, appartiene a quanto per natura è espressione del progresso e delle riforme sociali. Per definire la sinistra si deve partire da qui, ovvero dal fatto considerevole che conservatori e riformisti sono oggi due movimenti figli di un’unica ideologia moderna, i quali si contrappongono internamente, si fronteggiano disperatamente, e positivamente salvaguardano insieme la democrazia da nuove e vecchie fughe totalitarie, siano esse di natura reazionaria o rivoluzionaria. Malgrado l’appartenenza reciproca al medesimo presupposto individualistico, permane però un duplice modo d’intendere la libertà. Una cosa è constatare l’agire dei singoli senza riuscire a coniugarlo in alcun modo con una prospettiva comune; e altra cosa è pensare l’agire di tutti come un processo mosso e diretto verso un fine comune. E’ questa la vera grande discriminante che può separare oggi la politica di sinistra delle altre opzioni. Se, infatti, l'unico criterio che può guidare l’azione individuale è soltanto la combinazione degli interessi esistenti, il compito della politica non può essere altro da quello di amalgamare la molteplicità delle azioni individuali all'interno di una mera gestione pragmatica delle motivazioni. E questa è la vera convinzione che ispira la nuova destra, praticamente dappertutto, ossia il pragmatismo e l’utilitarismo libertario. Se, al contrario, la combinazione degli interessi individuali deve trovare un fine, uno scopo comune e generale, allora il ruolo della politica non resta soltanto quello di indirizzare al meglio i fattori stimolanti, ma diventa quello di introdurre e imprimere una forma perfetta e complessiva alle azioni e agli interessi degli individui. In questa direzione, appare evidente il marchio volontarista della sinistra, nonché la sua disposizione essenzialmente etica e la sua distanza di ogni forma di utilitarismo. Rimane, perciò, molto importante ribadire con forza il portato etico della sinistra rispetto al pragmatismo della destra - nonché il comune orizzonte liberale delle due scelte -, distinguendolo da ogni forma surrettizia di perbenismo. Da tempo ormai è riemersa una discussione sulla celebre “questione morale”, un’impostazione della sinistra italiana i cui effetti sarebbero stati proprio la tendenza giustizialista. In realtà, invece, l'ispirazione etica della sinistra dovrebbe essere ben altra dall'infausto rigorismo. Il punto è che l’esistenza della sinistra oggi, specialmente nei paesi emergenti, s’identifica regolarmente con la consapevolezza della comune espansione individuale delle libertà, oltre che con l’attuazione di un’idea universale di umanità che deve crescere all’interno delle diverse società, mediante il contributo necessario, coraggioso e diretto dell’azione politica. Tommaso d’Aquino aveva intuito benissimo questo fattore originale della politica, tanto che all’inizio del De regimine principum aveva osservato che il bene comune, vero fine dell’azione di governo, nasce non dal libero gioco degli interessi individuali, ma dall'esistenza tangibile di un’autorità comune. La sua definizione non si discosta quasi per niente - e per questo l'ho menzionato qui - dalla descrizione che Hegel fa della società civile e dello Stato nei Lineamenti di filosofia del diritto. Quello che possiamo ricavare, in definitiva, da questa inusitata convergenza d'interpretazioni è che fin quando la sinistra rincorrerà vecchi miti utopistici, esistenti solo nella mente dei loro teorizzatoci, il potere rimarrà in mano al pragmatismo e all’utilitarismo della destra; mentre se riuscirà a scoprire l’autentico motivo volontaristico ed etico dei suoi ideali, non potrà non imporsi di nuovo come risorsa dinamica e positiva per i cittadini.
(Fonte: La Repubblica, 13 gennaio 2009, pag. 26)
giovedì 15 gennaio 2009
Acli: "No a tariffario su cittadinanza"
Roma, 15 gennaio 2009 - «Non si può trasformare la politica per immigrazione in un listino prezzi». Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani esprimono attraverso la voce del presidente Andrea Olivero la propria contrarietà a quanto approvato e ancora va discutendosi in Senato in tema di sicurezza e immigrazione.«Dopo il "contributo" annunciato sul permesso di soggiorno - dice Olivero - abbiamo visto approvare la tassa di 200 euro per "l'acquisto" della cittadinanza. Salutata da parte di alcuni addirittura come rivoluzione culturale. A noi pare piuttosto una regressione, come ebbe a dire mesi fa autorevolmente il cardinale Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale. Un tempo la cittadinanza era un valore, un diritto, ora ha un prezzo. Abbiamo da oggi un tariffario sulla cittadinanza e l'integrazione».
Le Acli ricordano che già ora la richiesta di un permesso costa al singolo cittadino straniero oltre 70 euro. Permesso che l'amministrazione riesce a rilasciare «in tempi biblici - denuncia Olivero - mai meno di un anno e spesso di più, lasciando la persona in una situazione di costante precarietà».
Contrarietà delle Acli all'introduzione del reato di immigrazione e soggiorno clandestino. «Indignazione» per l'ulteriore provvedimento che prevede la possibilità data al medico di turno al Pronto Soccorso di denunciare alle autorità il cittadino straniero non legalmente presente che ad esso si rivolge per essere curato. Ancora critiche per la proposta del "permesso di soggiorno a punti" che assimila uno strumento normativo che ratifica un diritto ad un concorso a punti.
«Quello che più colpisce - conclude il presidente Olivero - è che a fronte di una serie di misure che vorrebbero contrastare la clandestinità per garantire la sicurezza, si rende più difficile e complicata la vita di coloro che vivono in Italia regolarmente, senza prevedere per loro nessuna politica d'integrazione. Ma senza integrazione, lo abbiamo detto più volte, non c'è sicurezza».
mercoledì 14 gennaio 2009
Cei contro la tassa per gli immigrati
Città del Vaticano - Dure critiche della Cei contro la discussa tassa voluta dalla Lega che chiede un contributo agli immigrati per il rinnovo del permesso di soggiorno, nei confronti della quale anche Silvio Berlusconi ha espresso nei giorni scorsi contrarietà. Per l'associazione della Conferenza episcopale italiana "Migrantes" si tratta di una misura "inaccettabile". "Una tassa che è meglio definire balzello verso una categoria già poco tutelata", ha detto monsignor Gianromano Gnesotto, responsabile per le politiche migratorie della Migrantes. "Fantasie di questo genere penalizzano ulteriormente gli immigrati che, con impegno e con notevoli sforzi, cercano di integrarsi", ha detto Gnesotto durante la presentazione della giornata mondiale delle migrazioni (18 gennaio) alla sede di Radio Vaticana. "E' un passo indietro - ha proseguito il presule - servono politiche di integrazione con mentalità aperta e intelligenza". Gnesotto ha anche criticato la proposta avanzata dalla Lega di prevedere l'obbligo di denunciare gli immigrati irregolari per i medici ai quali essi si rivolgono. "Il diritto alla salute è fondamentale e va garantito a tutti senza preclusioni o invenzioni", ha detto l'esponente della Migrantes. "Non si può far svolgere ai medici compiti, quale la delazione, che non vogliono nè possono svolgere come se fossero gendarmi", ha detto, aggiungendo che la proposta leghista sarebbe anche in conflitto con l'articolo 32 della Costituzione sulla tutela della salute per la collettività. "Ci auguriamo che questo emendamento non passi", ha detto. L'Italia "ha bisogno, ha avuto bisogno e avrà bisogno anche in futuro" degli immigrati" ha aggiunto Gnesotto. "Nell'attuale congiuntura economica probabilmente ci sarà bisogno di maggiore flessibilità anche per quanto riguarda la domanda di immigrati", ha affermato il presule rispondendo ad una domanda dei giornalisti. "Non ci si può dimenticare che gli immigrati occupano settori di fatto lasciati scoperti dagli italiani. Non si trovano italiani volenterosi che si accollano 12 o 24 ore di assistenza nelle famiglie o che accettano di entrare nelle acciaierie o di fare lavori gravemente penalizzanti per la salute", ha concluso monsignor Gnesotto.(Fonte: La Repubblica, 14 gennaio 2009)
Medio Oriente: Il Pd invita al dialogo
(ASCA) - Fare capire che la forza non può risolvere la crisi mediorientale e riportare la politica al centro del complesso problema che influenza il quadro internazionale: per farlo occorre un cessate il fuoco, subito, nella striscia di Gaza ma anche incoraggiare e sostenere i moderati all'interno del popolo palestinese e del mondo arabo. Questa l'indicazione venuta dal convegno del Pd sul Medio Oriente a cui sono intervenuti tutti i leader del Partito Democratico con un confronto diretto anche tra israeliani e palestinesi con gli interventi dei rispettivi ambasciatori. A indicare il sostegno ai moderati palestinesi come chiave di volta per cercare una soluzione che porti alla pace sono stati con parole simili sia il segretario Walter Veltroni sia Masimo D'Alema. Negli otto anni di presidenza di Bush si è rafforzata la convinzione -ha detto Veltroni- che ''la forza potesse sostituire la politica'': un errore di prospettiva e strategico che nell'area mediorientale si è tradotto in un rafforzamento di quell'estremismo che si voleva isolare ed eliminare. ''Talvolta -ha sottolineato Veltroni facendo l'esempio della guerra nei Balcani- la politica ha bisogno della forza, ma è la politica che usa la forza e non il contrario. Ecco noi oggi dobbiamo riportare la politica al centro e mi auguro che la nuova amministrazione americana voglia scegliere questa strada. Mi auguro che si proponga di riportare ad un tavolo di confronto israeliani e palestinesi''. Veltroni ha anche invitato a tenere presente che tra le difficoltà della regione c'è la particolare situazione di Israele, ''un paese che si sente ed è assediato''. Di fronte alla ''grandissima inquietudine e angoscia per il conflitto'' per Veltroni, oltre a lavorare per un cessate il fuoco è essenziale ''sollecitare il dialogo tra le forze moderate''. E in quest'opera una particolare cura va riservata a Israele perché segua ''la via dell'attenzione alle forze moderate all'interno del popolo palestinese con cui aprire il dialogo''. Per il segretario Pd sono poi necessari ''aiuti umanitari'' internazionali e la presenza di una ''forza internazionale'' sul modello di quella dispiegata in Libano.Giusta è stata defginità l'indicazione dell'ambasciatore israeliano perché l'Europa sia equidistante (''Non si deve schierare''). ''Vale anche per gli stati -ha detto Veltroni- e vale anche per lo stato italiano che fino ad oggi è rimasto in silenzio''.
martedì 13 gennaio 2009
Gaza: Il coraggio di Suor Irene
La suora italiana vive da 30 anni nel campo profughi di Shate
Gerusalemme, 13 gen. (Apcom) - Lontana dalle telecamere alla costante ricerca di storie particolari nella Gaza travolta dall’offensiva israeliana contro Hamas, suor Irene Vergani, 77 anni, di origine lombarda, vive la sua vocazione religiosa dedicando l’esistenza ad aiutare il prossimo. La guerra la tiene in ansia ma non al punto da indurla ad abbandonare Gaza, martoriato lembo di terra palestinese dove ha scelto di vivere più di 30 anni fa.Domani, se non ci saranno cambiamenti dell’ultima ora, l’ambasciata americana a Tel Aviv approfitterà di un corridoio umanitario concesso dalle forze armate israeliane ed evacuerà i cittadini statunitensi ancora a Gaza. Le autorità italiane potrebbero utilizzare questa opportunità per consentire l’eventuale evacuazione della suora e di altri nostri connazionali presenti nella Striscia: due medici, Marco Balden e Mauro Dalla Torre, entrambi della Croce Rossa, e un pacifista Vittorio Arrigoni impegnato come volontario presso un ospedale di Gaza city. Ma se i medici e il pacifista, con ogni probabilità, rimarranno a Gaza per continuare ad assistere la popolazione civile palestinese, l’anziana religiosa ha detto oggi ad Apcom di avere motivi “altrettanto validi” per non lasciare la Striscia.“Questa è la mia gente - ha spiegato suor Irene - c’è bisogno di dare conforto a tante persone in questo momento così difficile. Il mio compito perciò è di rimanere qui, con coloro che soffrono, e con l’aiuto della preghiera contribuire alla fine della guerra”.La suora italiana fa parte delle “Piccole Sorelle di Gesù”, seguaci di padre Charles De Foucauld, avendo per unico modello di vita Gesù Cristo, si assumono il compito missionario di vivere in mezzo alla gente più umile del mondo.Suor Irene perciò abita nel campo per rifugiati di Shate, sul lungomare di Gaza, dove, fatto raro nei Territori, risiedono anche alcune famiglie di fede cristiana, discendenti di palestinesi costretti ad abbandonare i loro villaggi durante la guerra arabo-israeliana del 1948 e a cercare riparo a Gaza. A Shate, peraltro, c’è l’abitazione del premier di Hamas, Ismail Haniyeh, ora nascosto in un bunker in una località segreta per sfuggire ai raid israeliani.“Il mio posto è qui a Gaza. I miei amici e i miei vicini sono molto contenti di vedermi qui con loro e io continuerò a far parte della loro vita” ha concluso la religiosa.
Gerusalemme, 13 gen. (Apcom) - Lontana dalle telecamere alla costante ricerca di storie particolari nella Gaza travolta dall’offensiva israeliana contro Hamas, suor Irene Vergani, 77 anni, di origine lombarda, vive la sua vocazione religiosa dedicando l’esistenza ad aiutare il prossimo. La guerra la tiene in ansia ma non al punto da indurla ad abbandonare Gaza, martoriato lembo di terra palestinese dove ha scelto di vivere più di 30 anni fa.Domani, se non ci saranno cambiamenti dell’ultima ora, l’ambasciata americana a Tel Aviv approfitterà di un corridoio umanitario concesso dalle forze armate israeliane ed evacuerà i cittadini statunitensi ancora a Gaza. Le autorità italiane potrebbero utilizzare questa opportunità per consentire l’eventuale evacuazione della suora e di altri nostri connazionali presenti nella Striscia: due medici, Marco Balden e Mauro Dalla Torre, entrambi della Croce Rossa, e un pacifista Vittorio Arrigoni impegnato come volontario presso un ospedale di Gaza city. Ma se i medici e il pacifista, con ogni probabilità, rimarranno a Gaza per continuare ad assistere la popolazione civile palestinese, l’anziana religiosa ha detto oggi ad Apcom di avere motivi “altrettanto validi” per non lasciare la Striscia.“Questa è la mia gente - ha spiegato suor Irene - c’è bisogno di dare conforto a tante persone in questo momento così difficile. Il mio compito perciò è di rimanere qui, con coloro che soffrono, e con l’aiuto della preghiera contribuire alla fine della guerra”.La suora italiana fa parte delle “Piccole Sorelle di Gesù”, seguaci di padre Charles De Foucauld, avendo per unico modello di vita Gesù Cristo, si assumono il compito missionario di vivere in mezzo alla gente più umile del mondo.Suor Irene perciò abita nel campo per rifugiati di Shate, sul lungomare di Gaza, dove, fatto raro nei Territori, risiedono anche alcune famiglie di fede cristiana, discendenti di palestinesi costretti ad abbandonare i loro villaggi durante la guerra arabo-israeliana del 1948 e a cercare riparo a Gaza. A Shate, peraltro, c’è l’abitazione del premier di Hamas, Ismail Haniyeh, ora nascosto in un bunker in una località segreta per sfuggire ai raid israeliani.“Il mio posto è qui a Gaza. I miei amici e i miei vicini sono molto contenti di vedermi qui con loro e io continuerò a far parte della loro vita” ha concluso la religiosa.
lunedì 12 gennaio 2009
Bersani: Governo sottovaluta gravità crisi
Firenze, 12 gen. (Adnkronos) - “Il governo sta sottovalutando la crisi. Usciremo da questa crisi se lavoriamo con realismo e fiducia e se il governo interviene, cosa che non sta facendo”. Lo ha detto il ministro dello Sviluppo economico del governo ombra del Pd, parlando con i giornalisti a Firenze a margine del convegno “Riflessioni sulla Toscana di domani” organizzato dal Consorzio Toscano Cooperative.“Occorrono forti ammortizzatori, e noi non siamo attrezzati, e poi bisogna chiedere agli industriali che cosa serve per investire in innovazione. Se invece di fare i decreti pressoché inutili -ha aggiunto Bersani- il governo facesse di più, almeno avremmo la possibilità di reagire perché il nostro sistema industriale è sostanzialmente solido".
“La chiusura dell'Iris è un fatto che fa riflettere”, ha affermato Bersani parlando della storica azienda di piastrelle di Sassuolo.
ALITALIA: BERSANI, TEDESCHI HANNO RESTITUITO IL CUCU' A BERLUSCONI
Firenze, 12 gen. (Adnkronos) – “I fatti si stanno chiarendo. I tedeschi hanno restituito il cucù a Berlusconi”. Lo ha detto Pierluigi Bersani, ministro dello Sviluppo economico del governo ombra del Pd, commentando la firma dell'accordo tra la nuova Alitalia e Air France. “Si è chiuso con Air France, facciamo gli auguri alla nuova compagnia, ma ci rimane il problema che si spendono tra i 3 e i 4 mld di euro per avere meno occupazione, meno voli interni, meno scambi internazionali e minore concorrenza. Mi pare che il governo su questo non abbia risposte da dare”, ha aggiunto Bersani parlando con i giornalisti a Firenze a margine del convegno "Riflessioni sulla Toscana di domani".
“E’ stata un’operazione irresponsabile, impostata per esigenze elettorali -ha aggiunto Bersani a proposito di Cai- non c’è solo il problema di Malpensa ci sono i problemi dei lavoratori, dei tanti aeroporti minori che avranno meno collegamenti... Ora bisogna lavorare per limitare i danni e per fare in modo che Air France investa più dei 300 milioni previsti e per permettere al sistema Italia di avere risposte migliori”.
Riguardo alle agitazioni in atto e a quelle annunciate dai lavoratori, Bersani ha osservato: “spero che le agitazioni non coinvolgano gli utenti e che il confronto si svolga ai tavoli giusti per chiudere almeno le vertenze più dolorose”.
Firenze, 12 gen. (Adnkronos) – “I fatti si stanno chiarendo. I tedeschi hanno restituito il cucù a Berlusconi”. Lo ha detto Pierluigi Bersani, ministro dello Sviluppo economico del governo ombra del Pd, commentando la firma dell'accordo tra la nuova Alitalia e Air France. “Si è chiuso con Air France, facciamo gli auguri alla nuova compagnia, ma ci rimane il problema che si spendono tra i 3 e i 4 mld di euro per avere meno occupazione, meno voli interni, meno scambi internazionali e minore concorrenza. Mi pare che il governo su questo non abbia risposte da dare”, ha aggiunto Bersani parlando con i giornalisti a Firenze a margine del convegno "Riflessioni sulla Toscana di domani".
“E’ stata un’operazione irresponsabile, impostata per esigenze elettorali -ha aggiunto Bersani a proposito di Cai- non c’è solo il problema di Malpensa ci sono i problemi dei lavoratori, dei tanti aeroporti minori che avranno meno collegamenti... Ora bisogna lavorare per limitare i danni e per fare in modo che Air France investa più dei 300 milioni previsti e per permettere al sistema Italia di avere risposte migliori”.
Riguardo alle agitazioni in atto e a quelle annunciate dai lavoratori, Bersani ha osservato: “spero che le agitazioni non coinvolgano gli utenti e che il confronto si svolga ai tavoli giusti per chiudere almeno le vertenze più dolorose”.
Unicef Italia: Grazie a Veltroni
Roma, 12 gen. (Apcom) - Vincenzo Spadafora, presidente dell'Unicef Italia, ringrazia il segretario del Pd Walter Veltroni per la scelta di sostenere le iniziative dell'associazione dedicate alla raccolta di aiuti umanitari in favore dei bambini di Gaza."Credo sia rilevante sottolineare come con questo gesto - scrive Spadafora in una nota -, il mondo della politica superi qualsiasi steccato o divisione e lanci un segnale concreto di solidarietà cui spero si uniranno amministratori locali, associazioni e tutti i cittadini desiderosi di contribuire ad alleviare le sofferenze dei tanti bambini colpiti dalle violenze della guerra. Mi auguro inoltre che anche altri partiti seguano questa buona pratica".
Israele: anche fosforo nelle bombe
[Scelto per voi] di RACHELE GONNELLI - L'Unità
«Sono bombe fumogene, ma un pò di fosforo nelle munizioni c'è». È questa la prima ammissione, arrivata lunedì da una fonte israeliana citata dalla Radio svizzera italiana, sull’uso di bombe al fosforo bianco. La fonte non ha fornito informazioni sulla quantità di fosforo bianco presente nelle munizioni usate da Israele. Il direttore dell'ospedale Dar al-Shifa di Gaza, il dottor Hussein Ashour, ha assicurato che la natura delle ferite riscontrate sui corpi di alcuni morti e feriti che vengono ricoverati nel suo ospedale non sono di tipo "tradizionale". Secondo il dottor Ashour, un suo collega norvegese - Dagfinn Bjorklid - impegnato nello stesso ospedale, e che in precedenza aveva lavorato in Iraq, gli avrebbe confidato che, a suo parere, le ferite riportate dai pazienti ricoverati dimostrerebbero chiaramente come l'esplosivo utilizzato in questi giorni da Israele negli attacchi su Gaza contengano sostanze cancerogene. Bombe "sporche", armi chimiche proibite dalla Convenzione di Ginevra contro la popolazione, come il fosforo bianco. Domenica anche l'organizzazione umanitaria “Human Rights Watch” ha accusato le forze israeliane di avere fatto uso di munizioni al fosforo bianco. Hrw ha denunciato, nel suo rapporto, che l'uso del fosforo bianco è stato accertato dai suoi ricercatori nel corso dei bombardamenti del 9 e 10 gennaio scorso su alcuni quartieri di Gaza, come il campo profughi di Jabaliya. La città di Gaza ha vissuto una notte che non ha avuto precedenti neppure in queste due settimane di aggressione israeliana, iniziata il 27 dicembre scorso: i bombardamenti sono stati incessanti, con aerei cacciabombardieri F16, elicotteri d'assalto "Apache", aerei senza pilota - i droni -, artiglieria pesante da campagna e cannoni navali. E domenica nel cielo di Gaza e Jabalya sono tornate anche le strisciate nel cielo delle caratteristiche bombe al fosforo bianco simili a macabri fuochi d’artificio. Le truppe, alle quali sono stati affiancati anche i riservisti da ieri, sembra stiano sferrando l’ultima accelerata per penetrare nel centro di Gaza dove si sono rifugiati gli abitanti in fuga dai quartieri più periferici. Gli aerei israeliani hanno lanciato migliaia di volantini sulle strade di Gaza City per avvertire che le case devono essere abbandonate perchè potrebbero essere bersagliate dalle bombe, ma gli abitanti non possono fuggire in nessun altro luogo e il centro di Gaza City rischia di diventare una trappola per topi e il bagno di sangue finale. Secondo il dottor Mouawiya Hassanein, i morti lunedì sono già 905 dopo il decesso di 15 palestinesi in mattinata. Tra le vittime, ha detto il medico, ci sono 277 bambini, 95 donne e 92 anziani. Inoltre gli attacchi israeliani, cominciati il 27 dicembre, hanno provocato il ferimento di 3.950 palestinesi.Durante la pioggia di bombe di domenica sulla frontiera con la Striscia di Gaza alla ricerca dei tunnel nei quali passano rifornimenti e munizioni per Hamas sono rimasti feriti anche due ufficiali delle forze di sicurezza egiziane che si trovavano presso la linea di confine. I due ufficiali sarebbero rimasti colpiti dalle schegge di alcuni missili impiegato nel bombardamento effettuato dalle forze israeliane lungo il versante palestinese del confine. Il bombardamento ha anche causato il ferimento di due bambini egiziani: una bambina di 5 anni, Fatima Attiya, ed un bimbo di 2, Muhammad Galal: entrambi vivono nella città egiziana di Rafah (tagliata a metà dalla linea di confine, ndr) ed inoltre ha danneggiato numerose abitazioni; gli obiettivi del bombardamento israeliano erano a soli 400 metri dal confine egiziano. Lo riferiscono i giornali egiziani.L'organizzazione fondamentalista egiziana dei Fratelli Musulmani - semilegale in Egitto e “organizzazione madre” di Hamas - ha chiesto alla Corte penale internazionale di processare il governo israeliano per crimini di guerra. Il movimento radicale ha inoltre invitato i giuristi arabi e islamici e le associazioni internazionali di avvocati a mobilitarsi per far processare Israele per aver violato tutte le convenzioni internazionali sui conflitti e la protezione dei civili.Ma anche il governo del Marocco ha condannato con fermezza la guerra israeliana nella Striscia di Gaza, in un messaggio indirizzato al Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra, durante la sua nona sessione straordinaria sulla situazione a Gaza. Rabat ha denunciato l'uso sproporzionato della forza da parte di Israele e ha espresso la sua solidarietà ai civili di Gaza.Dopo i razzi partiti dal territorio libanese contro Israele nei giorni scorsio, l'esercito israeliano ha denunciato che le sue truppe dislocate nelle Alture del Golan avrebbero subito ieri il tiro di armi leggere proveniente dalla Siria, ma senza che si registrassero feriti. L'incidente è stato subito riferito al contingente Onu schierato sulla linea dell'armistizio sin dal termine della Guerra del Kippur del 1973. L'uccisione di civili e di bambini, è la convinzione di Massimo D'Alema in una intervista di lunedì a Redtv, «avrà un enorme peso politico perchè quello che sta accadendo a Gaza dal punto di vista del fondamentalismo è uno straordinario incoraggiamento ad una campagna di reclutamento in una logica di un guerra santa all'Occidente». L'ex vice premier ribadisce la sua «avversione contro il fondamentalismo di Hamas» ma «il problema non è Hamas perchè noi non siamo alleati di Hamas. Il problema è cosa fa l'Europa, gli Stati Uniti e Israele per non fare il gioco del fondamentalismo che uscirà rafforzato mentre saranno indebolite le leadership moderate». «Guerra contro Hamas è un'espressione partigiana dell'esercito israeliano - ha detto l’ex ministro degli esteri italiano - Si tratta di una vera e propria spedizione punitiva dove sono stati uccisi già circa 300 bambini. Come si combatte il fondamentalismo? Con il massacro di bambini il fondamentalismo si rafforza».Lunedì in Egitto prosegue la mediazione triangolare tra Hamas e Israele con per intermediario Omar Suleiman, capo dei servizi segreti egiziani. Il governo egiziano ritiene che sianoi stati compiuti progressi nei colloqui con Hamas, secondo quanto riferito dall'agenzia ufficiale Mena. In particolare viene definito «positivo» l'incontro tra il capo dei servizi segreti egiziani, Omar Suleiman, e la delegazione di Hamas al Cairo. L’agenzia Mena cita fonti del governo. Suleiman nell'incontro di ieri ha ribadito i punti chiave della proposta avanzata dal presidente egiziano Hosny Mubarak: immediato cessate il fuoco, nuova tregua con Israele e riconciliazione tra Hamas e Fatah, il movimento del presidente di Anp Mahmoud Abbas. Dovrebbero proseguire oggi i colloqui al Cairo tra Suleiman e la delegazione di Hamas guidata da Emad al-Alami e da Mohammed Nasr.
(Fonte: L'Unità, 12 gennaio 2009)
«Sono bombe fumogene, ma un pò di fosforo nelle munizioni c'è». È questa la prima ammissione, arrivata lunedì da una fonte israeliana citata dalla Radio svizzera italiana, sull’uso di bombe al fosforo bianco. La fonte non ha fornito informazioni sulla quantità di fosforo bianco presente nelle munizioni usate da Israele. Il direttore dell'ospedale Dar al-Shifa di Gaza, il dottor Hussein Ashour, ha assicurato che la natura delle ferite riscontrate sui corpi di alcuni morti e feriti che vengono ricoverati nel suo ospedale non sono di tipo "tradizionale". Secondo il dottor Ashour, un suo collega norvegese - Dagfinn Bjorklid - impegnato nello stesso ospedale, e che in precedenza aveva lavorato in Iraq, gli avrebbe confidato che, a suo parere, le ferite riportate dai pazienti ricoverati dimostrerebbero chiaramente come l'esplosivo utilizzato in questi giorni da Israele negli attacchi su Gaza contengano sostanze cancerogene. Bombe "sporche", armi chimiche proibite dalla Convenzione di Ginevra contro la popolazione, come il fosforo bianco. Domenica anche l'organizzazione umanitaria “Human Rights Watch” ha accusato le forze israeliane di avere fatto uso di munizioni al fosforo bianco. Hrw ha denunciato, nel suo rapporto, che l'uso del fosforo bianco è stato accertato dai suoi ricercatori nel corso dei bombardamenti del 9 e 10 gennaio scorso su alcuni quartieri di Gaza, come il campo profughi di Jabaliya. La città di Gaza ha vissuto una notte che non ha avuto precedenti neppure in queste due settimane di aggressione israeliana, iniziata il 27 dicembre scorso: i bombardamenti sono stati incessanti, con aerei cacciabombardieri F16, elicotteri d'assalto "Apache", aerei senza pilota - i droni -, artiglieria pesante da campagna e cannoni navali. E domenica nel cielo di Gaza e Jabalya sono tornate anche le strisciate nel cielo delle caratteristiche bombe al fosforo bianco simili a macabri fuochi d’artificio. Le truppe, alle quali sono stati affiancati anche i riservisti da ieri, sembra stiano sferrando l’ultima accelerata per penetrare nel centro di Gaza dove si sono rifugiati gli abitanti in fuga dai quartieri più periferici. Gli aerei israeliani hanno lanciato migliaia di volantini sulle strade di Gaza City per avvertire che le case devono essere abbandonate perchè potrebbero essere bersagliate dalle bombe, ma gli abitanti non possono fuggire in nessun altro luogo e il centro di Gaza City rischia di diventare una trappola per topi e il bagno di sangue finale. Secondo il dottor Mouawiya Hassanein, i morti lunedì sono già 905 dopo il decesso di 15 palestinesi in mattinata. Tra le vittime, ha detto il medico, ci sono 277 bambini, 95 donne e 92 anziani. Inoltre gli attacchi israeliani, cominciati il 27 dicembre, hanno provocato il ferimento di 3.950 palestinesi.Durante la pioggia di bombe di domenica sulla frontiera con la Striscia di Gaza alla ricerca dei tunnel nei quali passano rifornimenti e munizioni per Hamas sono rimasti feriti anche due ufficiali delle forze di sicurezza egiziane che si trovavano presso la linea di confine. I due ufficiali sarebbero rimasti colpiti dalle schegge di alcuni missili impiegato nel bombardamento effettuato dalle forze israeliane lungo il versante palestinese del confine. Il bombardamento ha anche causato il ferimento di due bambini egiziani: una bambina di 5 anni, Fatima Attiya, ed un bimbo di 2, Muhammad Galal: entrambi vivono nella città egiziana di Rafah (tagliata a metà dalla linea di confine, ndr) ed inoltre ha danneggiato numerose abitazioni; gli obiettivi del bombardamento israeliano erano a soli 400 metri dal confine egiziano. Lo riferiscono i giornali egiziani.L'organizzazione fondamentalista egiziana dei Fratelli Musulmani - semilegale in Egitto e “organizzazione madre” di Hamas - ha chiesto alla Corte penale internazionale di processare il governo israeliano per crimini di guerra. Il movimento radicale ha inoltre invitato i giuristi arabi e islamici e le associazioni internazionali di avvocati a mobilitarsi per far processare Israele per aver violato tutte le convenzioni internazionali sui conflitti e la protezione dei civili.Ma anche il governo del Marocco ha condannato con fermezza la guerra israeliana nella Striscia di Gaza, in un messaggio indirizzato al Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra, durante la sua nona sessione straordinaria sulla situazione a Gaza. Rabat ha denunciato l'uso sproporzionato della forza da parte di Israele e ha espresso la sua solidarietà ai civili di Gaza.Dopo i razzi partiti dal territorio libanese contro Israele nei giorni scorsio, l'esercito israeliano ha denunciato che le sue truppe dislocate nelle Alture del Golan avrebbero subito ieri il tiro di armi leggere proveniente dalla Siria, ma senza che si registrassero feriti. L'incidente è stato subito riferito al contingente Onu schierato sulla linea dell'armistizio sin dal termine della Guerra del Kippur del 1973. L'uccisione di civili e di bambini, è la convinzione di Massimo D'Alema in una intervista di lunedì a Redtv, «avrà un enorme peso politico perchè quello che sta accadendo a Gaza dal punto di vista del fondamentalismo è uno straordinario incoraggiamento ad una campagna di reclutamento in una logica di un guerra santa all'Occidente». L'ex vice premier ribadisce la sua «avversione contro il fondamentalismo di Hamas» ma «il problema non è Hamas perchè noi non siamo alleati di Hamas. Il problema è cosa fa l'Europa, gli Stati Uniti e Israele per non fare il gioco del fondamentalismo che uscirà rafforzato mentre saranno indebolite le leadership moderate». «Guerra contro Hamas è un'espressione partigiana dell'esercito israeliano - ha detto l’ex ministro degli esteri italiano - Si tratta di una vera e propria spedizione punitiva dove sono stati uccisi già circa 300 bambini. Come si combatte il fondamentalismo? Con il massacro di bambini il fondamentalismo si rafforza».Lunedì in Egitto prosegue la mediazione triangolare tra Hamas e Israele con per intermediario Omar Suleiman, capo dei servizi segreti egiziani. Il governo egiziano ritiene che sianoi stati compiuti progressi nei colloqui con Hamas, secondo quanto riferito dall'agenzia ufficiale Mena. In particolare viene definito «positivo» l'incontro tra il capo dei servizi segreti egiziani, Omar Suleiman, e la delegazione di Hamas al Cairo. L’agenzia Mena cita fonti del governo. Suleiman nell'incontro di ieri ha ribadito i punti chiave della proposta avanzata dal presidente egiziano Hosny Mubarak: immediato cessate il fuoco, nuova tregua con Israele e riconciliazione tra Hamas e Fatah, il movimento del presidente di Anp Mahmoud Abbas. Dovrebbero proseguire oggi i colloqui al Cairo tra Suleiman e la delegazione di Hamas guidata da Emad al-Alami e da Mohammed Nasr.
(Fonte: L'Unità, 12 gennaio 2009)
sabato 10 gennaio 2009
A Gaza violazione dei diritti umani
ROMA (zenit.org) - Le organizzazioni cattoliche hanno scritto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra per chiedere un'indagine sulle violazioni commesse da entrambe le parti nel conflitto che oppone israeliani e palestinesi.In un comunicato inviato a ZENIT, Caritas Internationalis, Dominicans for Justice and Peace, International Young Catholic Students on peace-building e Pax Romana sottolineano come la crisi attuale abbia peggiorato la già drammatica situazione dei diritti umani per i civili innocenti.
Caritas Gerusalemme ha affermato che i suoi programmi umanitari e le operazioni mediche a Gaza sono stati seriamente compromessi dall'inizio dei bombardamenti israeliani.
La dichiarazione congiunta delle organizzazioni cattoliche esorta tutte le parti a difendere la vita dei civili e a rafforzare il Diritto umanitario internazionale.
Il responsabile Caritas delle delegazione internazionale a Ginevra, monsignor Robert J. Vitillo, ha rivelato che si sta esortando il Consiglio per i Diritti Umani “a compiere un'indagine e a valutare le violazioni dei diritti umani e la situazione umanitaria a Gaza e in Israele”.
“Stiamo esortando Israele a porre fine alla punizione collettiva indiscriminata della popolazione civile a Gaza e a fermare l'eccessivo uso della forza. Stiamo anche esortando Hamas a porre fine ai suoi attacchi missilistici illegali contro i civili israeliani”.
Le organizzazioni cattoliche dichiarano che è necessario un immediato cessate il fuoco per far sì che gli aiuti umanitari possano entrare a Gaza.
“Il cessate il fuoco di tre ore è un primo passo, ma non è sufficiente a portare l'assistenza umanitaria richiesta a ciascuno”, ha osservato monsignor Vitillo.
Secondo le organizzazioni, la comunità internazionale deve usare tutta la sua influenza per assicurare una protezione effettiva delle popolazioni civili a Gaza e in Israele – soprattutto dei più vulnerabili – in base al Diritto internazionale e favorire tutte le discussioni che possano portare a una soluzione giusta e duratura.
Caritas Internationalis è una confederazione di 162 organizzazioni cattoliche di aiuto, sviluppo e servizio sociale presente in più di 200 Paesi e territori.
Pax Romana è un'associazione internazionale di professionisti e intellettuali cattolici composta da federazioni, gruppi e individui presenti in 80 Paesi.
Dominicans for Justice and Peace riunisce le attività dei Domenicani che si impegnano in favore dei poveri e del peacemaking.
L'International Young Catholic Students (IYCS) riunisce, invece, 85 movimenti nazionali di studenti di scuole secondarie e università di sette regioni continentali, occupandosi in particolare di questioni che interessano la gioventù, di educazione, diritti umani, sviluppo e genere.
Pax Romana è un'associazione internazionale di professionisti e intellettuali cattolici composta da federazioni, gruppi e individui presenti in 80 Paesi.
Dominicans for Justice and Peace riunisce le attività dei Domenicani che si impegnano in favore dei poveri e del peacemaking.
L'International Young Catholic Students (IYCS) riunisce, invece, 85 movimenti nazionali di studenti di scuole secondarie e università di sette regioni continentali, occupandosi in particolare di questioni che interessano la gioventù, di educazione, diritti umani, sviluppo e genere.
venerdì 9 gennaio 2009
Veltroni: ''Alitalia svenduta ad Air France''
Il Partito Democratico è sconcertato sulla scelta di Air France come possibile partner della nuova Alitalia. Nel corso di una conferenza stampa, il segretario del Pd, Walter Veltroni, ha criticato l'operato del governo sulla vicenda legata alla compagnia aerea italiana. "Il governo Prodi aveva venduto Alitalia. Il governo Berlusconi ha svenduto Alitalia ad Air France", ha tuonato Veltroni."Il governo Prodi - ha ricordato Veltroni - aveva individuato Air France come possibile acquirente di Alitalia e si era profilata un'intesa che avrebbe portato il nostro Paese a far parte di un gruppo che ha un ruolo strategico". Una procedura, ha proseguito il leader del Pd, che era stata fatta nel rispetto delle regole e prevedeva le necessarie risorse per l'acquisto di Alitalia da parte di Air France". "Si è fatta però una scelta diversa in nome dell'italianità e si sono caricati sulle spalle degli italiani diversi miliardi di euro ed ora si è arrivati ad una soluzione che ci fa dire che il governo Berlusconi ha svenduto Alitalia", ha concluso Veltroni.(Fonte: RomagnaOggi)
Alitalia/Bersani: Operazione costerà a italiani 3,3-4 mld euro
L'operazione Alitalia costerà agli italiani "tra i 3,3-4 miliardi di euro". Lo ha detto Pier Luigi Bersani, ex ministro dello Sviluppo economico, intervenendo a "Radio anch'io". "Soldi che non avremmo speso" se fosse andata in porto la vendita ad Air France prima delle elezioni dello scorso anno, ha osservato Bersani. Operazione "che ci avrebbe lasciato con un minimo di concorrenza, Air One".
(Fonte: Alice)
giovedì 8 gennaio 2009
Israele attacca il Vaticano
Santa Sede e Israele di nuovo ai ferri corti, mentre continua ad infuriare la battaglia a Gaza e si rende più problematico un viaggio del Papa in Terra Santa per il prossimo maggio. Oggi (ieri) il card. Renato Raffaele Martino, presidente del "Pontificio Consiglio Giustizia e Pace" e personaggio di spicco della Curia romana, ha osservato che la Striscia "assomiglia sempre di più ad un campo di concentramento".La risposta di Israele In serata, è arrivata durissima la replica del governo israeliano, che ha accusato il porporato di usare la terminologia di "Hamas". In un'intervista al quotidiano on line "ilsussidiario.net", Martino aveva lanciato l'ennesimo appello del Vaticano al dialogo, affermando che per trovare una soluzione al conflitto occorre "una volontà da tutte e due le parti, perché tutte e due sono colpevoli". "Israeliani e palestinesi sono figli della stessa terra - aveva aggiunto - e bisogna separarli, come si farebbe con due fratelli". "Se non riescono a mettersi d'accordo, allora qualcun altro deve sentire il dovere di farlo. Il mondo - aveva spiegato - non può stare a guardare senza far nulla".
Fin qui, parole in linea con le esortazioni del Papa e di altri esponenti vaticani. Ma il paragone usato da Martino, "Gaza assomiglia sempre più ad un grande campo di concentramento" in cui "popolazioni inermi" pagano "le conseguenze dell'egoismo", è apparso intollerabile alle orecchie del governo israeliano. "Fare affermazioni che sembrano provenire direttamente dalla propaganda di Hamas e ignorare gli impronunciabili crimini commessi da quest'ultimo, che con la violenza ha fatto deragliare il processo di pace e ha trasformato la Striscia di Gaza in un gigantesco scudo umano, non aiuta la gente ad avvicinarsi alla verità e alla pace", ha scandito, in serata, in una dichiarazione all'agenzia France Presse il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Igal Palmor.
Gli esponenti cattolici in Terra Santa A far montare l'irritazione israeliana hanno contribuito, con ogni probabilità, anche le dichiarazioni di numerosi esponenti della Chiesa cattolica di Terra Santa , i quali hanno sottolineato come Hamas debba essere considerato un interlocutore e non "un mostro" da Israele e dalla Comunita' Internazionale. Ultimo in ordine di tempo è stato il vescovo di Nazareth, mons. Giacinto Boulos Marcuzzo, che, lunedì scorso, ha esortato lo Stato ebraico a "dialogare seriamente con i palestinesi, a partire da Hamas" se vuole arrivare veramente a una soluzione duratura. Marcuzzo, in una dichiarazione ad alcuni media italiani, ha anche avvertito che il protrarsi delle violenze a Gaza sta mettendo a rischio la prossima visita del Papa in Terra Santa poiché la Santa Sede - ha detto - "saprà certamente tirare le opportune conseguenze". Lo scambio di accuse odierne tra Gerusalemme e il card. Martino non faciliterà il compito dei diplomatici vaticani, palestinesi e israeliani impegnati nel definire il viaggio di Benedetto XVI in Israele, Giordania e Territori: una missione che presenta, al momento, troppe variabili incontrollabili.
mercoledì 7 gennaio 2009
Appello per fermare la guerra
Quanti bambini, quante donne, quanti innocenti dovranno essere ancora uccisi prima che qualcuno decida di intervenire e di fermare questo massacro? Quanti morti ci dovranno essere ancora prima che qualcuno abbia il coraggio di dire basta? Vergogna! Quanto sta accadendo è vergognoso. Vergognoso è il silenzio dell’Italia e del mondo. Vergognosa è l’inazione dei governi europei e del resto del mondo che dovevano impedire questa escalation. Vergognoso è il veto con cui gli Stati Uniti ancora una volta stanno paralizzando le Nazioni Unite. Vergogna!Niente può giustificare un bagno di sangue. Nessuna teoria dell’autodifesa può farlo. Nessuno può rivendicare il diritto di compiere una simile strage di bambini, giovani, donne e anziani senza subire la condanna della comunità internazionale. Nessuno può arrogarsi il diritto di infliggere una simile punizione collettiva ad un milione e mezzo di persone. Nessuno può permettersi di violare impunemente la Carta delle Nazioni Unite, la legalità e il diritto internazionale dei diritti umani.Tutto questo è inaccettabile. Inaccettabile è il lancio dei missili di Hamas contro Israele. Inaccettabile è la guerra scatenata da Israele contro Gaza. Inaccettabile è l’assedio israeliano della Striscia di Gaza. Inaccettabile è la continuazione dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Inaccettabili sono le minacce di distruzione dello Stato di Israele. Inaccettabili sono le violenze, le umiliazioni e le immense sofferenze quotidiane inflitte ai palestinesi e la costante violazione dei fondamentali diritti umani. Inaccettabile è il nuovo muro costruito sulla terra palestinese. Inaccettabile è il silenzio e l’inazione irresponsabile dell’Onu, dell’Europa e dell’Italia.La continuazione di questo dramma è una tragedia per tutti. La più lunga della storia moderna. Nessuno può chiamarsi fuori. Siamo tutti coinvolti. Tutti corresponsabili. Questa guerra non sta uccidendo solo centinaia di persone ma anche le nostre coscienze e la nostra umanità. Il nostro silenzio corrode la nostra dignità. Complici della guerra o costruttori di pace? Dobbiamo fare la nostra scelta. Altre opzioni non ci sono.Di fronte a queste atrocità, dobbiamo innanzitutto cambiare il modo di pensare. Non ha alcun senso schierarsi con gli uni contro gli altri. Occorre trovare il modo per aiutare gli uni e gli altri ad uscire dalla terrificante spirale di violenza che li sta brutalizzando. Anche la teoria dell’equidistanza è insensata perché nega la verità e falsa la realtà. La vicinanza a tutte le vittime è il modo più giusto di cominciare a costruire la pace in tempo di guerra. Dobbiamo uscire dalla cultura della guerra. E’ vecchia e fallimentare. Nessuna guerra ha mai messo fine alle guerre. La guerra può raggiungere temporaneamente alcuni obiettivi ma finisce per creare problemi più grandi di quelli che pretende di risolvere. Non c’è nessuna possibilità di risolvere i problemi dei palestinesi, di Israele e del Medio Oriente attraverso l’uso della forza. La via della guerra è stata provata per sessant’anni senza successo. Anche il buon senso suggerisce di tentare una strada completamente nuova.Dobbiamo pensare e realizzare il Terzo. Non sarà possibile risolvere la questione palestinese o mettere fine alle guerre del Medio Oriente senza l’intervento di un Terzo al di sopra delle parti. Oggi questo Terzo purtroppo non esiste. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è ancora paralizzato dal veto degli Stati Uniti. I governi europei sono divisi e incapaci di sviluppare una politica estera comune. Ma questa realtà non è immutabile. Esserne consapevoli deve spingerci a lavorare con ancora maggiore determinazione per pensare e realizzare il Terzo di cui abbiamo urgente bisogno. Fermare la guerra non è un obiettivo impossibile. Le Nazioni Unite devono cambiare, imporre l’immediato cessate il fuoco, soccorrere e proteggere la popolazione intrappolata nella Striscia di Gaza. L’Europa deve agire con decisione e coerenza per fermare questa inutile strage e ridare finalmente la parola ad una politica nuova. Non può permettersi di sostenere una delle due parti. Deve avere un autentico ruolo conciliatore.La guerra deve essere fermata ora. Non c’è più tempo per la vecchia politica, per la retorica, per gli appelli vuoti e inconcludenti. E’ venuto il tempo di un impegno forte, autorevole e coraggioso dell’Italia, della comunità internazionale e di tutti i costruttori di pace per mettere definitivamente fine a questa e a tutte le altre guerre del Medio Oriente. Senza dimenticare il resto del mondo. Per questo, dobbiamo fare la nostra scelta.Giovani, donne, uomini, gruppi, associazioni, sindacati, enti locali, media, scuole, parrocchie, chiese, forze politiche: “a ciascuno di fare qualcosa!”Perugia, 6 gennaio 2009
Tavola della Pace, Coordinamento Nazionale Enti Locali per la pace e i diritti umani, Acli, Agesci, Arci, Articolo 21, Cgil, Pax Christi, Libera - Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, Legambiente, Associazione delle Ong italiane, Beati i Costruttori di pace, Emmaus Italia, CNCA, Gruppo Abele, Cipsi, Banca Etica, Volontari nel Mondo Focsiv, Centro per la pace Forlì/Cesena, Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (prime adesioni, 6 gennaio 2009)
Le adesioni vanno indirizzate alla Tavola della pace via della viola, 1 (06100) Perugia 075.5736890 – Fax 075.5739337 segreteria@perlapace.it - www.perlapace.it
PD, URGENTISSIMO CESSATE IL FUOCO
"E' urgentissimo giungere al cessate il fuoco a Gaza, come ormai tutta la Comunità Internazionale chiede con forza. Già troppi lutti e sofferenze ha prodotto il conflitto di queste settimane ed è un dovere non solo politico, ma morale, far tacere le armi e restituire la parola alla politica". E' la posizione ribadita dal coordinamento politico del Partito Democratico riunitosi questa mattina per esaminare la gravissima situazione del Medio Oriente. "Chiediamo al governo italiano di uscire dall'immobilismo di questi giorni, che appare tanto più imperdonabile di fronte alle iniziative assunte da altri Paesi europei e dall'Onu, e di assumere finalmente iniziative concrete che concorrano al raggiungimento di obiettivi di pace". "Al tempo stesso è necessario mettere in campo una forte e immediata azione umanitaria, alla quale sollecitiamo il governo italiano e l'intero sistema degli enti locali".
martedì 6 gennaio 2009
Barlume di speranza per la tregua
(ASCA-AFP) - Beirut, 6 gen - Il presidente francese Nicolas Sarkozy vede ancora ''un barlume di speranza'' per un cessate il fuoco a Gaza. Dopo una breve sosta in Libano, Sarkozy è ripartito per Sharm-el-Sheik dove incontrerà nuovamente il presidente egiziano, Hosni Mubarak. ''Di fronte a tutta questa violenza, tutto questo dolore, il minimo che possiamo fare è moltiplicare gli sforzi per trovare una soluzione'', ha detto il presidente francese. ''Se ognuna delle parti in causa attende solo di vedere cosa fa l'altra, ci saranno ancora solo tragedie''. Sarkozy ha detto che l'ultima strage di civili, gli almeno 40 morti sotto le macerie di una scuola utilizzata dall'Onu come rifugio per i palestinesi, ha contribuito ''a rafforzare'' la sua convinzione.
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