lunedì 28 luglio 2008

Governo contro casalinghe e religiosi

Dal 1° gennaio 2009, salvo interventi correttivi del Senato, casalinghe, frati, suore e molti altri cittadini italiani non riceveranno più l'assegno sociale che fino ad oggi gli veniva riconosciuto dall'Inps come assistenza in caso di redditi particolarmente bassi. L'allarme è delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani che chiedono al Parlamento di ritornare sui propri passi. Al centro del contendere, il comma 10 dell'art. 20, riguardante appunto i requisiti per l'accesso all'assegno sociale. Una prestazione di tipo assistenziale riservata fino ad oggi per motivi di reddito agli ultrasessantacinquenni residenti in Italia: che siano cittadini italiani, europei o anche extracomunitari, purchè in possesso di carta di soggiorno. E così, dal 1 gennaio 2009, se la norma verrà confermata dal Senato, l'assegno sociale non spetterà più a chi non abbia lavorato, continuativamente, per dieci anni in Italia. Si pensi alle casalinghe che hanno dedicato tutto il loro tempo alla famiglia, ai religiosi (suore e frati ad esempio) impegnati nelle realtà più difficili, agli emigranti italiani che tornano nel nostro Paese dopo una vita passata a lavorare all'estero. "È la dimostrazione concreta - osservano le Acli - di come escludere qualcuno dal bene comune, in questo caso gli immigrati, porti inevitabilmente dei danni a tutti. Appunto perchè, come insegna la dottrina sociale della Chiesa, il bene comune è tale in quanto bene di tutti e di ciascuno. Nessuno escluso".

Governo e maggioranza contro i lavoratori

Precari/ Udc: governo ha vagliato norma, no a prese in giro
Nedo Poli: Va corretto tiro maldestro Pdl-esecutivo a Parlamento
Roma, 28 lug. (Apcom) - L'Udc rinnova l'invito a maggioranza e governo a ritirare la norma che vieta il reintegro giudiziario dei precari.
"Giustificare la norma anti-assunzione in nome della flessibilità afferma Nedo Poli, componente della Commissione Lavoro della Camera- equivale a prendere per i fondelli i lavoratori più deboli. E meno male che la politica del Governo, come ha sbandierato venerdì scorso il Presidente del Consiglio, è di sinistra. Invece di impegnarsi a garantire ai precari maggiore stabilità, i ministri sono più indaffarati a scaricare le colpe sui relatori del provvedimento, ben sapendo che quest'ultimo non sarebbe mai stato approvato nelle commissioni competenti senza il parere favorevole dell'Esecutivo".
"Capisco - conclude- che l'emendamento sia stato accolto nella seduta notturna e che quindi le idee della maggioranza forse non erano delle più lucide, ma con i diritti dei lavoratori non si può dormire. Ora occorre solo senso di responsabilità per correggere in Parlamento un tiro maldestro della maggioranza e del Governo che sostiene".



Clip dal film: I Vitelloni (1953)

venerdì 25 luglio 2008

Galan: "La Regione si costituirà parte civile"

(ASCA) - Venezia, 25 lug - ''Una buona notizia che, però, riapre ferite dolorosissime nella memoria dei veneti. La buona notizia è che è stato finalmente rintracciato, per merito del giornalista Paolo Tessadri, Karl Franz Tausch, che il settimanale l'Espresso presenta come il boia di Bassano del Grappa''. Così il governatore Veneto Giancarlo Galan, auspicando che la giustizia faccia il suo corso. ''Se per davvero Tausch è il boia di Bassano del Grappa, questo assassino nazista il 26 settembre 1944 fece uccidere senza pietà 31 giovani partigiani. Nessun responsabile di quella orribile strage è stato mai processato, ne' tantomeno condannato - sottolinea il governatore veneto -. Il viale, dove furono impiccati i giovani partigiani, ora si chiama Viale dei Martiri, ma sia ben chiaro che, per quanto dipende da noi, quella strage non resterà impunita. Così, non appena le indagini avviate dalla Procura militare di Padova o di Verona, giungeranno a definire i capi di imputazione e il relativo rinvio a giudizio, al fine di accertare in via definitiva le responsabilità di un crimine tanto efferato, la Regione del Veneto si costituirà parte civile''. ''Mi auguro, infine - conclude Galan - che inaccettabili cavilli giuridici o insopportabili lentezze amministrative non diventino il pretesto per impedire che la giustizia faccia il suo corso. Chiedo, pertanto, ai competenti Ministeri di compiere tutti i necessari passi affinché il signor Karl Franz Tausch sia sottoposto a quel giudizio che la coscienza civile e democratica dell'Italia repubblicana attende dal 1944''.

mercoledì 23 luglio 2008

Repubblica presidenziale a reti unificate

Una conferenza stampa insolita rispetto ai normali cliché cui siamo abituati, quella che si è svolta presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati. A convocarla "Articolo 21", per l'occasione a raccogliere l'opposizione tutta, a una maggioranza di governo che, in fatto di informazione e comunicazione, sta forse esprimendo il meglio, ovverosia il peggio di se stessa, forse ancor'più che in tema di giustizia. Il che è tutto dire.
Fa infatti un certo effetto sentir parlare di "emergenza informativa" dopo l'ennesimo nulla di fatto in merito all'elezione del presidente della Commissione di vigilanza Rai, che consuetudine democratica vuole essere indicato dall'opposizione (nell'ultimo governo Prodi fu Landolfi di An); così come non ci si attendeva certo la partecipazione di Bruno Tabacci, che invitato a prendere la parola dal presidente di Articolo 21, Beppe Giulietti, non esita a far sapere di "aver aderito volentieri all'iniziativa". Il motivo è presto spiegato: "Da qualche anno sostengo la tesi dell'apertura del mercato televisivo, privatizzando una rete Rai, in maniera da far saltare il tetto pubblicitario. Vale a dire l'unico modo per aprire veramente il mercato televisivo nel nostro paese, palesemente vittima di un duopolio ossificato".
Tabacci si sofferma poi sul caso Saccà, argomento scottante di cui Beppe Giulietti spiega bene l'incongruità di fondo: "Invece di soffermarsi sulle intercettazioni da gossip, come in molti hanno fatto, in pochi si sono invece chiesti come mai non siano stati presi provvedimenti nei confronti di un dipendente pubblico che apertamente discute delle strategie editoriali dell'azienda Rai con il proprietario delle reti Mediaset, il polo privato che tra l'altro controlla oltre il 60% del flusso pubblicitario nazionale". E ai cronisti presenti, Giulietti tiene a precisare che "per la prima volta è tutta l'opposizione che compatta si esprime riguardo un intesa istituzionale da rispettare". Il riferimento è naturalmente alla mancata elezione di Orlando, del quale Giulietti tende a precisare: "Dopo i gesti di Bossi e le parole di Gasparri, che sia proprio quest'ultimo a discutere dell'affidabilità di una personalità come quella di Leoluca Orlando, vuol dire essere veramente giunti ai confini della realtà". Una teoria, questa, precedentemente espressa dallo stesso Tabacci.
Qualche minuto prima, era stato Vincenzo Vita a rendere note le sue preoccupazioni: "Non voglio stare qui a discettare di regime o non regime; ma se mettiamo in fila alcune cose, dal lodo Alfano ai tagli a scuola e università, per finire con questo ingiustificato e democraticamente pericoloso ostruzionismo sulla commissione di vigilanza Rai, cui assistiamo come fosse una cerimonia imbarazzante, ci troviamo di fronte a uno scenario politico-istituzionale a dir poco inquietante. Senza l'istituzione della Commissione -conclude Vita-, si mina dalle fondamenta il nostro sistema democratico".
Ricostruito il quadro della situazione, le iniziative proposte sono innanzi tutto due esposti l'uno rivolto al ministero delle Attività produttive e all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, sollecitate ad avviare le necessarie attività istruttorie e adottare i conseguenti provvedimenti di legge in merito al caso Saccà. L'altro rivolto alla Corte dei Conti, che come spiegato dall'avvocato Giovanni D'Amati, chiederà conto del mancato licenziamento del presidente di Rai Fiction, oltre che dei "due pesi e due misure", avallati in altri casi che hanno visto coinvolti dipendenti Rai: tra i più eclatanti il caso di Oliviero Beha, vincitore di quattro cause nei confronti dell'azienda, ancora in attesa di reintegro; tra i più recenti l'allontanamento ingiustificato di Loris Mazzetti, storico collaboratore di Enzo Biagi.
Nel frattempo la Commissione di vigilanza veniva nuovamente convocata alle ore 14, su decisione dei due presidenti di Camera e Senato, chiamati in causa proprio all'inizio della conferenza-stampa. Se le votazioni dovessero andare nuovamente a vuoto, si riproverà martedì e giovedì prossimi.
Inoltre è stata anche individuata la data (da confermare) di una manifestazione molto particolare. Il prossimo 22 ottobre infatti dovrebbe svolgersi una Perugia-Assisi del tutto atipica, trasferita di sana pianta, vista l'emergenza, sotto le finestre di Viale Mazzini. Ad organizzarla la Tavola della pace di Flavio Lotti, insieme naturalmente ad Articolo 21.
E le adesioni, c'è da scommetterci, non mancheranno davvero.
(Fonte: Aprile on-line)

lunedì 21 luglio 2008

Due Destre, due Italie

[Scelti per voi]
di ILVO DIAMANTI
Le tensioni che scuotono il centrodestra tendono ad essere svalutate. In particolare le schermaglie fra Bossi e Berlusconi, a cui ci siamo abituati da decenni. Frequenti, talora aspre, ma non producono mai veri strappi. Se si eccettua la frattura avvenuta nel lontano 1994, pochi mesi dopo la formazione del primo governo Berlusconi. Ma quella era un'altra epoca. Meglio, quindi, non equivocare. L'alleanza durerà a lungo. Tuttavia, la convivenza non sarà facile e neppure quieta, perché oggi sotto lo stesso tetto abitano due destre. Divise dalla geografia, dai valori, dagli interessi rappresentati. Che è assai più difficile del passato comporre. "Colpa" della semplificazione prodotta da Berlusconi, il quale, per rispondere al Pd e a Veltroni, ha allargato il suo "partito personale". Ha "inventato" e imposto il Pdl, associando Fi e An. Ma non l'Udc, che, anzi, è stata spinta fuori dall'alleanza. Il successo della Lega, in fondo, risponde alla nascita di una nuova destra. Che, soprattutto nel Nord, appare fin troppo "romana", nazionalista, protezionista, per non produrre una reazione popolare. Come nel 1996. Quando la Lega ottenne un consenso molto ampio anche perché sfidò Fi e An, alleati nel Polo. Figurarsi oggi che sono dentro a un unico partito.
Il centrodestra, si è, dunque, "bipartitizzato". Diviso fra due soggetti politici distanti, per alcuni importanti aspetti. Anzitutto, dal punto di vista geopolitico. La Lega ha sfondato nel Nord, in prevalenza a spese del Pdl. Il quale ha conseguito il maggior grado di crescita elettorale nel Mezzogiorno e nelle Isole. Soprattutto in Sicilia. Tra le province dove ha ottenuto i migliori risultati, solo una è del Nord. Imperia, feudo di Scajola. Nel Lombardo-Veneto, invece, è cresciuto il peso della Lega. L'Italia del Pdl è, quindi, uno stivale rovesciato, la cui principale zona di forza è divenuta la Sicilia. Tanto più dopo le performance straordinarie ottenute alle amministrative di giugno. Ne emerge un partito dallo sguardo strabico sui problemi e sulle domande degli elettori. Che hanno, in effetti, orientamenti diversi, messi in evidenza dai sondaggi.
Gli elettori della Lega appaiono, infatti, maggiormente ostili agli immigrati e all'euro; più lontani dallo Stato e più disponibili ad aumentare l'intervento privato nei servizi pubblici. Ma soprattutto: rivendicano federalismo. Come progetto, ma anche come parola magica, che evoca "indipendenza". Simmetricamente, gli elettori del Pdl dimostrano maggiore domanda di intervento dello Stato, soprattutto (ma non solo) con funzioni di "ordine pubblico" (attraverso l'impiego dell'esercito nelle zone più insicure), sono prudenti nel richiedere la privatizzazione dei servizi, hanno maggiore fiducia nei confronti delle organizzazioni di grande impresa. Il Pdl, quindi, presenta un mix di orientamenti socioculturali che ne riflette l'impianto elettorale, prevalentemente centromedionale. E ciò lo distanzia dalla Lega. Il che rende difficile, al governo, delineare una politica comune e coerente. Perché federalismo fiscale e protezione pubblica sono rivendicazioni difficili da conciliare, nonostante la capacità creativa del "tremontismo". Tanto più in questa fase contrassegnata da ristrettezze di bilancio, vincoli internazionali, stagnazione globale. In questa destra bipartitica tende a indebolirsi anche il ruolo di Silvio Berlusconi. Perché non è solo il premier: è il leader del Pdl. Il partito più forte della coalizione, dal punto vista elettorale. Ma non dal punto di visto politico. In quanto, senza la Lega, neppure il Pdl dispone della maggioranza in Parlamento. Non può vincere alle elezioni. Perché, inoltre, senza l'Udc, mancano ammortizzatori che assorbano gli strappi, dal punto di vista politico, ma anche del linguaggio e della comunicazione. Ben diversa era la situazione nel precedente governo, quando il premier Berlusconi guidava Forza Italia. Il partito principale di una coalizione frastagliata, di cui Fi era colla e, al tempo stesso, cornice. La Casa comune di persone e posizioni difficilmente compatibili. Forza Italia teneva insieme il Nord leghista e il Sud di An e dell'Udc. Il Pdl è un'altra cosa. Molto diverso dalla Lega, per orientamenti e valori. Geografia. Così Berlusconi per la Lega è anzitutto il leader del Pdl, l'Altro Partito del centrodestra. Con cui è necessario convivere. Ma da cui occorre guardarsi e smarcarsi. A questo serve la costante pressione esercitata da Bossi nei confronti del Cavaliere. Trattato come un amico sempre più inaffidabile, perché ossessionato dai magistrati (e dalle donne), stressato da una sindrome da assedio, preoccupato, in modo quasi isterico, dai "fatti propri". Un alleato necessario, da richiamare di continuo al rispetto dei patti. Perché antepone le proprie emergenze personali a quelle geo-politiche, che interessano maggiormente la Lega. Nello stesso tempo, Bossi, come nella migliore tradizione del passato, si abbandona sempre più spesso a invettive contro il Sud e i professori. Meglio: i professori del Sud. Un distillato dei "nemici della Lega". Ma, soprattutto, un modo di segnare i confini del suo territorio di caccia, contro i nemici e gli amici. Peraltro, le due destre sono inevitabilmente attraversate da tensioni, che le scuotono anche dall'interno. È, infatti, lecito chiedersi se An abbia scelto di sciogliersi definitivamente così, senza neppure segnare dei confini. Perdendo memoria e identità, senza rimpianti. Se il suo leader Gianfranco Fini abbia, a sua volta, accettato di interpretare un profilo politico talmente basso da risultare quasi invisibile. In cambio di una successione alla guida del Pdl ancora molto incerta. Può darsi, però, che i leader di An, a livello locale e centrale, cerchino, abbastanza presto, di far valere il loro "mestiere", il loro peso organizzativo. Per contare di più. Che lo stesso Fini cambi stile. Magari solo per orgoglio personale. Per non apparire il n. 3 della coalizione. Magari il n. 4, contando Tremonti. Si accenderebbe, allora, qualche tensione in più. La nascita del Pdl, però, sta generando conflitti soprattutto nel Nord. Dove i governatori della Lombardia e del Veneto, Roberto Formigoni e Giancarlo Galan, si trovano ad affrontare una duplice sfida. 1) Con la Lega, che li considera concorrenti e occupanti "abusivi" di regioni a cui vorrebbe imporre la propria bandiera e i propri uomini. 2) Con il loro stesso partito. Divenuto assai più centralista, romano e meridionale di Forza Italia. Per questo Galan vagheggia Forza Veneto. Un soggetto politico regionalista. E sostiene l'ipotesi di una Euregio Alpeadria, che appare palesemente alternativa al Nord della Lega e al baricentro centromeridionale assunto dal Pdl. Mentre Formigoni tende a marcare le distanze dalle politiche del governo, in nome degli interessi della sua regione e del "modello lombardo". Da ciò i conflitti, anche violenti, fra i due governatori e i leader della Lega, ma anche del Pdl e del governo. A livello nazionale e locale. Ne è prova la discussione accesa, esplosa di recente fra Formigoni e Tremonti sulla ripartizione dei fondi per la spesa sanitaria. Chi, nel centrosinistra, "investe" su queste divisioni e profetizza l'implosione del centrodestra, però, non deve farsi troppe illusioni. Troppo larga la maggioranza. Troppo stretta - e divisa - l'opposizione. E troppo deludenti e frustranti le esperienze dei precedenti governi di centrosinistra. Gli italiani, anche se ve ne fosse l'occasione, si troverebbero, comunque, di fronte a una alternativa strana. A un bipolarismo singolare, che oppone due destre a tre-quattro sinistre. Sarebbe un bel dilemma. (La Repubblica, 21 luglio 2008)

SYDNEY, IL PAPA SALUTA I GIOVANI

domenica 20 luglio 2008

Pdl, il grande calderone*

L'intervista Denis Verdini, coordinatore nazionale di FI: «Indietro non si torna, questo è il partito del futuro»
«Nel Pdl verranno anche Storace e Santanché»
di Paolo Zappitelli (Articolo tratto da "Il Tempo")
«Ma sì che alla fine Storace verrà con noi nel Pdl. È inevitabile, lui e la Santanché fanno parte della nostra stessa area politica. Francesco è stato Governatore del Lazio e ministro, non è mica uno che non conosce la politica».
Denis Verdini, coordinatore nazionale di Forza Italia, è l'uomo al quale Berlusconi ha dato l'incarico di condurre il partito alla «fusione» con An e con gli altri alleati della coalizione per arrivare a far nascere ufficialmente il partito del Popolo della Libertà. E lui, battuta facile e lingua tagliente che, se non bastasse l'accento, rivelano la sua origine fiorentina, lascia aperte le porte a tutti. Anche agli ex popolari che hanno trovato ospitalità a sinistra. E ovviamente anche all'Udc. «È un peccato che ora che stiamo finalmente costruendo quello che sarà il Ppe italiano Casini rimanga fuori. È una cosa che comunque la gente non capisce, gli elettori vogliono modernizzazione e semplificazione, non i particolarismi. Indietro non si può tornare non ci possono essere mille partitini». Ricucire con Casini sarà comunque difficile. Con Berlusconi non si sono lasciati proprio in modo amichevole... «Non c'è dubbio che le classi dirigenti hanno commesso un pasticcio. Ma alla fine bisognerà arrivare a un contenitore unico, non c'è alternativa». Però anche dentro Forza Italia c'è chi vorrebbe più autonomia. Il Governatore del Veneto Galan ha detto, ad esempio, di volere un Pdl del nord. «È un progetto che non ha senso. Perché non lo capirebbero gli elettori. Se Galan pensa di valorizzare il Veneto trattandolo come entità a se stante non ci siamo proprio. Sbaglia, oggi le decisioni si prendono in Europa, basta vedere cosa accade in Francia e Spagna. E poi il Veneto non è una regione a sé stante come la Catalogna, non è paragonabile». Berlusconi ha già stabilito i tempi per arrivare al Pdl, dovrà nascere entro gennaio, al massimo febbraio. Ce la farete? «Per i primi dell'anno saremo pronti. Faremo un'assemblea costituente che consacri definitivamente quello che hanno già deciso gli elettori. È la gente che ha scelto, quando abbiamo fatto i gazebo a novembre, di fare il nuovo partito. È stato un risultato straordinario, che ha fatto perdere la testa anche a Berlusconi. E da lì è nato il famoso discorso del "predellino" in piazza San Babila». Fu una vera sorpresa o voi sapevate già che avrebbe fatto quell'annuncio? «Quella domenica, man mano che arrivavano i risultati dai gazebo, saliva l'euforia. Lui ci telefonò e ci disse "vi farò una sorpresa". Sapevamo che Berlusconi aveva in testa questo nuovo partito ma non avevamo idea ancora di come volesse realizzarlo. E probabilmente non lo sapeva ancora neppure lui. Lo ha deciso quel giorno. E gli elettori gli hanno dato ragione». Più difficile forse è mettere d'accordo tutti i partiti, An e FI prima di tutto. «No, con La Russa ci vediamo costantemente, An vuole arrivare al Pdl quanto noi. In questi mesi ognuno elaborerà la sua strategia di partito per arrivare alla Costituente. Io, ad esempio, in queste settimane ho girato tutte le Regioni per spiegare agli elettori cosa faremo. Sabato concludo con la Sardegna». Però quando si è formato il governo qualche discussione c'è stata, non tutti hanno accettato le decisioni senza protestare. «È vero. Ma è un fatto fisiologico. Poi si è risolto tutto». Con la Lega invece i rapporti sono tornati un po' tesi dopo la decisione di Berlusconi di mettere come priorità il tema della giustizia e non il federalismo. «Siamo alleati con Bossi, quindi si discute insieme. E poi la riforma della giustizia fa parte del programma elettorale». Però è un tema che vi chiude qualsiasi possibilità di dibattito con il centrosinistra. «Io credo che alla fine anche la sinistra farà la riforma con noi perché non si tratta di abolire l'ordinamento giudiziario, piuttosto di rivederlo. Non ci sono i buoni da una parte e i cattivi da un'altra, nessuno ce l'ha con i giudici, nessuno vuole demonizzarli, ma la revisione di questo tipo di giustizia è un problema che riguarda tutta la società, non solo Forza Italia o Berlusconi».

*Il titolo dell'articolo è nostro e non de Il Tempo

venerdì 18 luglio 2008

Buon Compleanno Nelson!



«Non c'è nessuna facile strada per la libertà.»
(Nelson Mandela)

Film consigliato:
Il colore della libertà - Goodbye Bafana
(Goodbye Bafana)
Un film di Bille August.

- Con Joseph Fiennes, Dennis Haysbert, Diane Kruger, Shiloh Henderson, Megan Smith, Faith Ndukwana, Terry Pheto.

- Genere Drammatico, colore 117 minuti.

- Produzione Belgio, Sudafrica, Germania, Francia, Italia 2007.

- Distribuzione Istituto Luce.

giovedì 10 luglio 2008

Abboniamoci tutti a Famiglia Cristiana!!!

UN CONSIGLIO A GIOVANARDI DOPO LE ASPRE CRITICHE A "FAMIGLIA" SUI ROM
Perché altri cattolici non l'avrebbero mai fatto
I politici Dc non hanno mai preso provvedimenti come quello sulle impronte dei bimbi rom perché prima di tutto erano cristiani. E poi perché erano più consapevoli dei problemi del Paese in cui vivevano.
La presa di posizione di Famiglia Cristiana contro la proposta del ministro Maroni di rilevare le impronte digitali di tutti i rom, compresi i bambini, ha suscitato molti commenti. Fra i politici, il giudizio più aspro è stato quello dell’ex democristiano ed ex Udc, oggi del Pdl, onorevole Giovanardi, che ha detto: «Dopo aver respinto con rabbia e sdegno la delirante accusa di Famiglia Cristiana di essere parte di un Governo più o meno nazista, mi chiedo che cosa abbia a che fare con la famiglia e con i cristiani questo settimanale».
Consigliamo a Giovanardi di porsi una diversa, più ragionevole e sensata domanda: «Perché in mezzo secolo nessun Governo democristiano, nessun ministro democristiano (nemmeno l’ottimo Pisanu, al Governo con Berlusconi) ha mai proposto una simile inutile scemenza?».
Governi e singoli ministri democristiani non l’hanno mai fatto innanzitutto perché, prima di essere politici, erano cristiani, consapevoli che nei loro comportamenti avrebbe dovuto contare, riguardo alla persona umana, anche allo straniero, l’insegnamento di Gesù: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25, 40).
Poi, non lo hanno mai fatto perché erano intelligenti e consapevoli del Paese in cui vivevano e operavano. De Gasperi prese l’Italia uscita dalla guerra in rovina, insidiata da conflitti interni aperti da minoranze etniche o di altra natura, e angustiata da problemi internazionali come quello di Trieste contesa all’Italia dalla Jugoslavia comunista, sostenuta dalle rivendicazioni dei cittadini di origine slava; oltreché dai rapporti con i Paesi europei nei quali affluivano milioni di emigranti italiani, che Roma doveva difendere senza macchiarsi a sua volta di un qualsiasi gesto razzista, verso qualunque straniero.
Erano politici che avevano conosciuto il fascismo; e avevano partecipato alla scrittura della Costituzione, che avrebbe vietato la ricostituzione del Partito fascista e ovviamente non avrebbe autorizzato nessuna deriva razzista, in ricordo di quella contro gli ebrei. Per tutti questi motivi, operando con intelligenza, trovarono le soluzioni migliori ai problemi che avevano davanti, senza prendere impronte digitali a nessuno – tranne i singoli colpevoli di reati – e gestendo la sicurezza pubblica con i sistemi di una società democratica e garantista.
E dopo, l’Italia ha vissuto momenti ben più pericolosi e angoscianti di quelli di oggi, quando ci fanno paura persino i bambini rom: il terrorismo rosso e nero, le bande di sequestratori sardi e quelle dei sanguinari rapinatori di banche, la mafia, la camorra; e, politicamente parlando, la "guerra fredda". Ebbene, nemmeno in momenti molto drammatici, a nessun democristiano al potere è mai venuto in mente quello che è venuto in mente a Maroni.
Infine, Famiglia Cristiana nasce nel 1931, l’anno delle maggiori, più violente pressioni del fascismo sul mondo cattolico per giungere a egemonizzare l’educazione dei giovani. Don Alberione risponde fondando una rivista "per le madri e le figlie", che tenga saldo il fronte educativo cristiano. Nella primavera del 1943, dopo la tragedia del nostro Corpo militare in Russia, il prefetto di Cuneo proibisce la pubblicazione della rivista, perché riporta lettere dolorose di famiglie che hanno perso i figli in quella tragica avventura. Come si può immaginare che nel Dna di questo settimanale non ci sia, fin dall’origine, un naturale rifiuto di tutto quello che, magari inconsapevolmente, sa di fascismo?
Beppe Del Colle
(Editoriale tratto da Famiglia Cristiana, n°28 - Anno 2008)

domenica 6 luglio 2008

AUTO-IRONIA

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venerdì 4 luglio 2008

CATTOLICI: A TORINO DAL NORDITALIA PER RIFONDARE UNA PRESENZA POLITICA

Riceviamo e pubblichiamo:
Sabato 5 luglio dalle ore 10,30 presso il Salone ''C. Carretto'', corso Matteotti 11, a Torino, si terrà l'incontro ''Verso l'AGORA' dei civici e popolari'', per l'Italia settentrionale, primo di tre che porteranno ad una Assemblea nazionale volta a costruire una casa comune di tutti coloro, singoli o aggregati in movimenti, liste civiche, gruppi, che si riconoscono nella tradizione politica del popolarismo. La relazione introduttiva sarà svolta dal prof. Alberto Monticone presidente nazionale di Italia Popolare, porteranno il loro contributo il dr. Franco Mangialardi, coordinatore dell'Aera Popolare Democratica e Marco Zabotti, consigliere regionale del Veneto - Rete Civica Veneta. Interverranno anche Padre Bartolomero Sorge, direttore di Aggiornamenti sociali e Gerardo Bianco, già segretario dei Popolari. ''Nell'attuale condizione del Paese, profondamente segnata dalla sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti e della politica e da gravi problemi sociali, è necessario ed urgente che le forze ideali presenti ed operose nelle realtà concrete della comunità nazionale prendano nuove iniziative al servizio del bene comune''. Osserva Alberto Monticone nel presentare l'iniziativa. ''Tra tali forze indubbiamente i movimenti di ispirazione cristiana, attivi soprattutto negli ambiti territoriali, possono dare l'avvio ad un reale mutamento dal basso e respiro al sistema democratico, uscendo dalle strettoie del tendenziale bipartitismo dominante e del metodo politico fondato su accordi di circoscritte segreterie di partiti o, peggio, di gruppi di interessi''.

mercoledì 2 luglio 2008

Veltroni-Casini a Fini: Parlamento espropriato dei diritti

ROMA - Il governo sta tentando "di espropriare di fatto il Parlamento delle sue prerogative" attraverso la presentazione della Manovra sotto forma di decreto. E' quanto scrivono, in una lettera indirizzata al presidente della Camera, Gianfranco Fini, i leader dell'Udc e del Pd, Pier Ferdinando Casini e Walter Veltroni. La lettera a Fini è firmata anche dal capogruppo del Pd, Antonello Soro e dal vicecapogruppo vicario dell'Udc, Michele Vietti. La lettera ricorda che "in questi giorni la Camera è impegnata nell'esame di un complesso di provvedimenti di grande rilievo, sia sul piano dell'ordinamento costituzionale, sia sul piano dei conti pubblici", sui quali "é fondamentale che i parlamentari possano esprimere compiutamente i loro giudizi ed esercitare responsabilmente la funzione che la Costituzione assegna loro". "Il rischio estremamente grave - sottolineano Veltroni e Casini - è che questo possa non accadere. E il motivo è nella evidente volontà del Governo di comprimere, con le procedure scelte, i tempi della discussione, fino al punto di cambiare in corsa le regole del gioco e di espropriare di fatto il Parlamento delle sue prerogative. Se si manca di rispetto al Parlamento si colpisce il primo diritto che in democrazia è dato alla minoranza: quello di veder discusse le sue ragioni. Un diritto inviolabile quanto quello del rispetto della legittimità della maggioranza". Pd e Udc chiedono pertanto a Fini "di salvaguardare in questo difficile passaggio il ruolo e la dignità del Parlamento, garantendo i tempi e le modalità necessarie ad affrontare alla Camera, come è giusto e doveroso, temi e concrete questioni che riguardano da vicino la vita di milioni di famiglie italiane". "La manovra economica del Governo di cui in queste ore si sta discutendo alla Camera - proseguono Veltroni e Casini - si configura, con i suoi ottantacinque articoli, come una vera e propria legge finanziaria, cosa peraltro riconosciuta dallo stesso Governo nel Dpef. L'opposizione da noi rappresentata ritiene che questa manovra debba essere fortemente corretta. Ritiene che non sia adeguata ad affrontare la crisi in cui versa il Paese e a rispondere alle domande ed ai bisogni degli italiani". In particolare Pd e Udc sottolineano l'aumento delle tasse dello 0,2% nel 2010, nonché i tagli alla sicurezza e alla scuola". Inoltre "mentre le spese delle famiglie aumentano, nulla viene fatto di concreto per tutelare i risparmi e il potere d'acquisto di salari e stipendi". Non lo è certo "la 'social card', finanziata per soli 200 milioni ed esclusivamente per il 2009, a fronte di maggiori entrate tributarie, con la cosiddetta 'robin tax', pari a circa 5 miliardi". "Da parte nostra, signor Presidente - proseguono Casini e Veltroni - c'é la volontà di svolgere il ruolo di opposizione che l'esito delle elezioni ci ha assegnato in un modo netto e incalzante, entrando sempre nel merito delle questioni, privilegiando il dibattito, la critica e la definizione di proposte alternative. Non saremo noi a tornare al passato, a ricadere nel clima rissoso e sterile di questi ultimi quindici anni, a guardare troppo indietro o troppo a se stessi per occuparsi delle riforme e delle scelte di innovazione necessarie al nostro Paese come l'aria che respiriamo". "Noi crediamo - si legge infine nella lettera - che esattamente di questo l'Italia abbia bisogno. Si ristabilisca dunque la giusta gerarchia delle priorità, mettendo al primo posto i problemi degli italiani, e si garantisca che su di essi si possa svolgere, nelle istituzioni e in ogni ambito politico, quel confronto aperto e approfondito che è l'unico modo per assicurare al Paese crescita ed equità sociale". (ANSA)

lunedì 30 giugno 2008

Francesco a Canale Italia

Domani, a partire dalle 6 di mattina fino alle 8 sarà ospite, a Padova, negli studi dell’emittente televisiva “Canale Italia”, il nostro collaboratore Francesco Toscano. La rubrica si chiama “Notizie Oggi” ed è condotta dal giornalista Gianluca Versace. “Canale Italia” è l’ex “Tele Serenissima” e si vede in chiaro, oppure con il digitale terrestre o come canale Sky. Per trovare la vostra frequenza visitate il sito: www.canaleitalia.it

venerdì 20 giugno 2008

DPEF: PER LE ACLI "NON C'E' CAMBIO DI PASSO AUSPICATO"

Il presidente Olivero: «Dove sono le risposte al popolo del family day?»
Famiglia e redditi grandi assenti. Bene risanamento dei conti e razionalizzazione della Pubblica amministrazione
Roma - «Non c'è il cambio di passo auspicato per il Paese, soprattutto per quanto riguarda i temi della famiglia e dei redditi». Questa la prima impressione del presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero sul Documento di programmazione economica e fiscale presentato dal Governo.
Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani non rinunciano a sottolineare gli aspetti positivi della proposta del Governo. Tra questi, «l'obiettivo del risanamento dei conti, addirittura il pareggio di bilancio». «Perché i conti a posto - afferma Olivero - sono la garanzia per poter fare finalmente le riforme strutturali di cui il paese ha bisogno». Bene anche «l'obiettivo annunciato della razionalizzazione delle spese e della trasparenza nella Pubblica amministrazione. Ma è ancora tutto da vedere - dice il presidente - se i risparmi verranno da una migliore organizzazione del lavoro o invece si finirà per tagliare servizi e welfare, già oggi in condizioni di grave affanno».
Le dolenti note, per le Acli, cominciano dalla famiglia: «Dov'è finito il quoziente familiare indicato con grande chiarezza nel programma del Popolo delle Libertà?». «Potevamo anche immaginare - dice Olivero - dei timidi passi nella Finanziaria del primo anno, ma certamente nel Dpef triennale ci saremmo attesi che questa proposta diventasse realtà. Diversamente, dobbiamo costatare con amarezza che ancora una volta si interviene sulla famiglia soltanto con palliativi o iniziative specifiche di tipo assistenziale. Dove sono le risposte al popolo del Family day?».
In tema di misure assistenziali, poi, c'è scetticismo da parte delle Acli sulla "carta prepagata" annunciata per la spesa degli anziani: «Ricorda la carta per la povertà degli Stati Uniti d'America, non certamente un fiore all'occhiello del welfare. E di certo non si promuove in questo modo la dignità degli anziani».
Ma l'altra vera «grande assente» di questo documento - secondo Andrea Olivero - è «la redistribuzione, il tema dei redditi e del potere d'acquisto dei salari». «Se da un lato apprezziamo - premette - che si agisca come fiscalità più sui patrimoni e sulle rendite che sulla produttività o sui redditi delle famiglie, dall'altro lato osserviamo che sembrano mancare completamente politiche fiscali e sociali di redistribuzione della ricchezza. E' impossibile che non si colga questa come una delle priorità del Paese» «Non fare redistribuzione - aggiunge Olivero - ma limitarsi a qualche misura di tipo assistenziale, significa rendere strutturali le condizioni di povertà, non incidere sulle cause che l'hanno prodotta. E questa non è politica lungimirante, soprattutto in un'ottica di Dpef. Speriamo che possa essere corretta».
(Comunicato Stampa Acli)

mercoledì 18 giugno 2008

Addio a Mario Rigoni Stern il «Sergente» solitario e sensibile

Era uno scrittore grandissimo, aveva la grandezza che hanno i solitari»: così, alla notizia della morte di Mario Rigoni Stern, ha commentato Ferdinando Camon, che propose la candidatura al Nobel del celebre autore appena scomparso.
I funerali sono stati celebrati ieri pomeriggio ad Asiago, nel vicentino, alla presenza di pochi familiari. Il grande letterato italiano, gravemente malato, è morto l'altro ieri sera nella città in cui era nato e nella quale era tornato a vivere subito dopo la guerra ma, per sua stessa volontà, la famiglia ha mantenuto il più stretto riserbo sulla notizia. Nato nel 1921 ad Asiago, Mario Rigoni Stern è noto al grande pubblico soprattutto come autore di "Il sergente nella neve" (premio Bancarellino 1963), libro autobiografico in cui raccontava le drammatiche vicende vissute durante la campagna di Russia, di cui fu fra i pochi sopravvissuti. Alpino della divisione Tridentina, medaglia d'argento al valor militare, fu fatto prigioniero dai tedeschi dopo l'8 settembre, e trasferito in Prussia orientale. Rientrò a casa a piedi dopo due anni di lager, e da allora (1945) rimase sempre nella sua casa di Asiago, da lui stesso costruita. Con la moglie Anna, sposata nel 1946, ebbe tre figli e negli ultimi decenni - dopo aver lavorato fino al 1970 al catasto di Asiago - si dedicò interamente all'attività di scrittore, ma anche ad un costante impegno civile. Era stato Elio Vittorini, nel 1953, a fargli pubblicare presso I Gettoni di Einaudi, il suo primo romanzo "Il sergente nella neve", che presto diventò un classico della letteratura italiana. Nel 1962 uscì "Il bosco degli urogalli", cui seguirono "Ritorno sul Don" (1973) "La Storia di Tonle"(1978, premio Campiello e Bagutta), "L'anno della vittoria"(1985) e "Le stagioni di Giacomo" (1995, premio Grinzane Cavour). Giornalista a La Stampa, dove scrisse anche brevi racconti, si dedicò pure agli studi storici, tra cui il recente volume "1915/18: La guerra sugli Altipiani". Una raccolta di firme presentata dal Gruppo Amici della Montagna del Parlamento, lo aveva candidato a senatore a vita. Terzo di sette fratelli, e una sorella, trascorse l'infanzia tra i pastori e la gente di montagna dell'Altopiano di Asiago. Studiò fino alla terza avviamento al lavoro, poi restò nella bottega di famiglia. La sua particolare sensibilità lo contraddistinse anche durante la campagna di Russia. Senza nulla togliere al suo coraggio ed all'impegno militare nel quale era coinvolto, Rigoni Stern è ricordato per i suoi interventi in favore di alcuni civili in condizioni disagiate ed incapaci di sostentarsi, che sono sopravvissuti grazie a lui. Ne è un esempio Nikolaj Sanvelian, che da bambino è stato salvato da Mario e che divenne poi uno dei più apprezzati scrittori russi. Con "Il sergente nella neve" si colloca all'interno della corrente narrativa neorealista. Ha condiviso immagini, storie e ricordi con Primo Levi e Nuto Revelli. Sul finire degli anni sessanta scrive il soggetto e collabora alla sceneggiatura "I recuperanti", film girato da Ermanno Olmi sulle vicende delle genti di Asiago all'indomani della Grande guerra. Successivamente pubblica altri romanzi nella sua terra natale, ispirati a grande rispetto e amore per la natura, come "Uomini, boschi e api" (1980). Nel 1999 gira con Marco Paolini un film-dialogo diretto da Carlo Mazzacurati e Paolini stesso, "Ritratti: Mario Rigoni Stern". Nel film, Rigoni Stern racconta la sua esperienza di vita, la guerra, il lager e il difficile ritorno a casa, ma anche il rapporto con la montagna e la natura. A proposito del senso della vita diceva: «...il momento culminante della mia vita non è quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando sono partito da qui sul Don con 70 alpini, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita....». Per la sua sensibilità verso il mondo della natura e della montagna, l'11 maggio 1998 l'Università di Padova gli conferì la laurea honoris causa in Scienze Forestali ed Ambientali e nel 2007 l'Università di Genova gli consegnò la laurea honoris causa in Scienze Politiche. Dal 2005 era cittadino onorario di Montebelluna e nel 1998 gli è stato dedicato anche il nome dell'asteroide numero 12811 (1996 CL7) scoperto nel 1996 nell'Osservatorio astrofisico di Asiago dall'astronomo Ulisse Munari.
Dina D'Isa
Il Tempo, 18 giugno 2008

ILSOLE24ORE.COM
Rigoni Stern, i libri e la memoria
di Goffredo Fofi
Presentando nel 1953 ai lettori Il sergente nella neve, il racconto-testimonianza di un reduce dalla sciaguratissima campagna di Russia, Elio Vittorini scrisse in uno dei suoi famosi risvolti per la collana dei Gettoni einaudiani in cui esordirono tanti grandi scrittori, che si trattava di un'opera certamente importante, ma che il suo autore Mario Rigoni Stern non sarebbe andato oltre questo libro, che insomma egli non era un vero scrittore. Fu una delle sue sviste più clamorose, perché Rigoni Stern era un vero scrittore, il suo libro non era affatto un semplice "caso" ed egli lo avrebbe dimostrato nel corso di un cinquantennio. Nel 1962 si ripresentò al pubblico con i racconti di Il bosco degli urogalli, cui fecero seguito molte opere di narrazione e di memoria, legate tra loro dalla stessa ispirazione, riconoscibilissima e unica. Nato sull'Altopiano di Asiago nel 1921, Mario Rigoni Stern non ha mai distinto veramente nella sua opera tra racconto e analisi, tra narrazione e investigazione. Ogni suo intervento è stato fedele alla stessa ispirazione, la denuncia del disastro di due guerre mondiali attraverso le vicende di molti personaggi comuni (presi dal vero) il cui destino è stato segnato da quelle rotture, in genere gente dell'Altopiano, ed è stato fedele a un ambiente naturale e non solo sociale, dedicando alla flora e alla fauna dell'Altopiano racconti, evocazioni, descrizioni e anche denunce in modo sempre più assiduo e più convinto, in una lingua sempre più essenziale e pura.Prodotto di un ambiente e di una storia, non ne è voluto mai uscire, sempre mantenendo un suo ostinato pudore, e con risultati tanto più alti quanto più esigente era la loro motivazione, la loro necessità. Ha narrato la guerra in Quota Albania, in Ritorno sul Don e in tanti racconti, e nel suo libro forse più austero e commosso dopo Il sergente, la Storia di Tönle (1978) che aveva al centro il bellissimo personaggio di un montanaro solitario al tempo della Grande Guerra. Ma ha narrato con la stessa intensità, anche se ora in modi non drammatici e anzi spesso sereni e rasserenanti, la natura - gli animali e le piante, e le opere e i giorni dell'Altopiano. I suoi libri e articoli sugli animali e sulle piante sono stati dettati da una conoscenza diretta e da un rapporto continuativo con la natura, che passava però attraverso la vita degli uomini, i modi in cui gli uomini hanno interagito con le piante e con gli animali. Con questi ultimi, anche attraverso la mediazione e l'esperienza diretta della caccia. Molte pagine del Rigoni Stern cacciatore non sfigurano affatto se confrontate a quelle di altri grandi scrittori, anzitutto i russi con Turgenev in testa, e naturalmente si trattava per lo scrittore veneto di un modo d'intendere la caccia nel quadro di una cultura (e di una necessità) che nulla hanno a che fare con quelli di oggi, che egli per primo detestava. Uomini, boschi e api, Il libro degli animali, L'Arboreto selvatico sono ricchissimi di ricordi, d'incontri, di vicende, di situazioni che hanno al loro centro un rapporto antico con la natura, avvilito o distrutto dalla modernità. Di questo Rigoni Stern ha molto sofferto, ma ha anche reagito molto, lottando contro i modi in cui l'uomo ha voluto intervenire sulla natura in nome di un progresso ottusamente distruttivo. La vita armonica dell'Altopiano, le guerre vissute dalla sua gente sull'Altopiano stesso o sui fronti delle aggressive guerre fasciste sono diventati grazie a Rigoni Stern un patrimonio dei lettori italiani ed europei, e se sono stati i piemontesi Primo Levi e Nuto Revelli gli autori che egli ha sentito più vicini, la sua cultura era vastissima, la sua curiosità inarrestabile e senza confini.Il sergente nella neve è uno dei grandi libri della nostra storia e della nostra letteratura, e grazie a un suo amico, l'attore-narratore Marco Paolini, ha avuto ancora di recente una diffusione enorme presso un pubblico sempre nuovo, e presso giovani che attraverso il racconto della guerra hanno potuto apprezzare il valore e il significato della parola «pace». Dopo la scomparsa di Meneghello, non troppo tempo fa, il Veneto, regione chiave nella storia italiana e della sua letteratura, regione oggi alla ricerca tra molti sbandamenti di una nuova e difficile identità, ha perduto un altro dei suoi massimi personaggi, anche se, per fortuna del Veneto e dell'Italia, sono ben presenti con le loro poesie e le loro battaglie civili due grandi come Andrea Zanzotto e Fernando Bandini, suoi amici.


Addio a Mario Rigoni Stern, icona dei valori semplici
Se n'è andato in silenzio nella sua casa di Asiago. Aveva 86 anni. Ai funerali, in forma privata, c'erano solo i familiari.
Era uno dei pochi sopravvissuti alla campagna di Russia. Un’esperienza che ha raccontato nella sua opera più nota “Il sergente della neve”. La notizia della morte è stata data con grande discrezione dai familiari. Al funerale, celebrato in forma privata , erano presenti solo la moglie Anna, i tre figli con i due nipoti e il fratello Aldo. Così come lo stesso scrittore aveva chiesto. Un minuto di silenzio alla notizia della morte di Mario Rigoni Stern è stato osservato nel municipio di Montebelluna. La cittadina trevigiana ha conferito nel 2005 la cittadinanza onoraria allo scrittore. Il silenzioso raccoglimento è avvenuto nella stessa sala in cui otto anni fa Rigoni Stern aveva ricevuto il riconoscimento.
LA CAMPAGNA DI RUSSIA E' stata l'esperienza che segnò la vita di Mario Rigoni Stern. Alpino della divisione Tridentina, medaglia d'argento al valor militare, fu fatto prigioniero dai tedeschi dopo l'8 settembre, e trasferito nella Prussia orientale. Rientrò a casa a piedi dopo due anni di lager, e da allora rimase sempre nella sua Asiago. Con la moglie Anna, sposata nel 1946, ebbe tre figli e negli ultimi decenni - dopo aver lavorato fino al 1970 al catasto di Asiago - si dedicò interamente all'attività di scrittore, ma anche a un costante impegno civile. Era stato Elio Vittorini, nel 1953, a fargli pubblicare il suo primo romanzo "Il sergente nella neve", che presto diventò un classico della letteratura italiana. Nel 1962 uscì "Il bosco degli urogalli", cui seguirono "L'anno della vittoria" e "Le stagioni di Giacomo”.
IL CORDOGLIO "Sono costernato". È addolorata la voce di Andrea Zanzotto nel testimoniare il suo dolore per la morte di Mario Rigoni Stern. "Di lui ho un ricordo unico - sottolinea - nel senso che nascono molto raramente persone piene di virtù come lui". Zanzotto ricorda che "si dedicò alla letteratura come all'impegno civile, antesignano della conservazione dell'ambiente”.“Con Mario Rigoni Stern se ne va uno dei grandi vecchi della letteratura italiana, ma soprattutto se ne va un uomo straordinario che avevamo imparato a conoscere nelle sue pagine realistiche e incantate". È il ricordo di Walter Veltroni, segretario del Pd.Per il presidente del Veneto, Giancarlo Galan, Mario Rigoni Stern "resterà in eterno una guida morale e culturale per le future generazioni".Il presidente della Provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, ha colto con dolore la notizia della scomparsa di Mario Rigoni Stern, "grande uomo di cultura e grande poeta della montagna".
L’Unione Sarda, 18 giugno 2008

E' morto lo scrittore Mario Rigoni Stern, il saluto dei politici
MILANO (Reuters, martedì 17 giugno 2008) - Lo scrittore Mario Rigoni Stern era molto amato da ogni parte politica. Lo testimoniano i commenti diffusi in seguito alla notizia della sua morte.
"Se ne va con Mario Rigoni Stern uno dei grandi vecchi della letteratura italiana", afferma in una nota il segretario del partito democratico Walter Veltroni, che lo definisce "un uomo straordinario che avevamo imparato a conoscere nelle sue pagine realistiche e incantate".
"Divenuto famoso per i suoi racconti sulle tragedie della guerra amava raccontare che la cosa più importante che aveva fatto non era stato scrivere, ma portare vivi al di là delle linee di guerra in Russia i settanta alpini la cui sorte gli era stata affidata", ricorda Veltroni, che aggiunge: "Ecco, in questa confessione c'era la sua umana grandezza, il segno del suo impegno civile mai interrotto e insieme il segreto della sua scrittura nitida e affascinante". Come si apprende da un altro comunicato, il Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini ha inviato un telegramma alla famiglia di Rigoni Stern, nel quale esprime il cordoglio per la "scomparsa dello scrittore che ha raccontato con realismo, verità e grande umanità la drammatica pagina della ritirata dei nostri soldati in Russia durante la seconda guerra mondiale". "Quella di Rigoni Stern - si legge ancora nel telegramma - è una generazione di narratori che ha lasciato opere di grande forza letteraria e di intensa passione civile vivendo in presa diretta le tragedie del nostro popolo". "Lo scrittore scomparso - conclude Fini - è stato uno dei testimoni della storia nazionale del `900 e dei valori di solidarietà di cui la gente italiana ha sempre dato prova anche nei momenti più difficili della sua vicenda passata".

Cultura in lacrime per l'addio a Rigoni Stern
Lo scrittore Mario Rigoni Stern è morto lunedì sera ad Asiago. Malato da tempo, aveva 86 anni. La notizia della sua morte è stata tenuta riservata dalla famiglia, per espressa volontà dello scrittore. I funerali sono stati celebrati ieri pomeriggio, in forma strettamente privata, nella chiesetta del cimitero di Asiago.
«Mi piaceva scivolare a tutta velocità sulla neve, con quegli sci lunghi di legno che si usavano allora. La neve è stata la gioia, ma anche il dolore del gelo e della morte».
Era il novembre del 2006 quando Mario Rigoni Stern, ancora forte nella stretta di mano e saldo nel portamento, festeggiando il suo ottantacinquesimo compleanno in casa Editrice Einaudi a Torino, ci raccontava del suo «corso sciatori» in Alta Val Formazza nel gennaio del 1939 (immortalato ne L’ultima partita a carte). «Mi ricordo ancora bene che vicino alla diga di Morasco avevamo fatto una gara sci-alpinistica partendo dalla Cascata del Toce. Nella neve si viveva e si moriva. Un aspirante che era con noi era rimasto sotto una valanga durante un allenamento. Noi sciavamo, bevevamo il vin brulé, vincevamo la coppa, ma poi, nel gennaio del 1943 eravamo andati a morire per il freddo, nella neve, in guerra». Non aveva ancora diciotto anni l’alpino Mario Rigoni Stern che, in quei giorni felici e immemori, aveva deciso di non rinnovare la tessera di giovane fascista e che voleva specializzarsi nel corpo degli alpini come «sciatore-rocciatore».
Rigoni Stern, che era di Asiago sulle Prealpi vicentine, si era arruolato volontario alla Scuola Militare Alpina di Aosta già l’anno prima. Giovanissimo, come si conviene all’età, aveva cominciato con l’azione. La contemplazione, la parola, il dolore dovevano ancora arrivare. Non avrebbero tardato molto, a dire il vero, in quegli anni tragici e difficili. E a venticinque anni aveva già subìto le sferzate più violente della storia. Dapprima combatte con la divisione Tridentina, poi, dopo svariate traversie, finisce in Russia. Qui vive le vicende narrate nel suo romanzo più noto e decisivo: Il Sergente nella neve.
Pubblicato nel 1953, il libro è la testimonianza diretta di una tragedia nazionale che molti non poterono raccontare, e cioè il resoconto di un sottufficiale alpino che si trova a vivere, nel 1943, l’apocalisse dell’attacco sovietico fra il Don e il Donetz, al centro del lungo fronte che divideva l’Unione Sovietica dall’alleanza tedesco-rumena-ungherese-italiana. Insomma al centro della storia. Elio Vittorini, sul risvolto di copertina della prima edizione, scrisse: «Mario Rigoni Stern non è scrittore di vocazione», ma fu smentito, più che dai critici che dissentirono, dai lettori che crebbero a migliaia e dalle opere che seguirono. Un’espressione come: «Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?» sarebbe entrata nell'immaginario e nel linguaggio degli italiani (specie in certe aree del nord est) ben al di là della consapevolezza della sua fonte.
Da buon montanaro temprato dalla guerra ma anche dai ritmi radi delle stagioni naturali, Rigoni Stern rivelò poi un’altra dote, quella della contemplazione silenziosa e della pazienza da entomologo che gli fecero scrivere libri come Le storie naturali o Le storie dall’Altipiano.
Già, il suo Altipiano, che come annota Eraldo Affinati nel Meridiano Mondadori a lui dedicato, «era il luogo dove andava a leccarsi le ferite adolescenziali, come faceva il giovane “Nick” di Ernest Hemingway nei campi indiani al confine del Canada», sarebbe rimasto l’emblema di un senso di appartenenza alla propria terra coniugato con l’idea di cosmo più che di cosmopolitismo: con la natura al di sopra di tutto. La natura di Mario Rigoni Stern, però, non è mai stata una natura arcadica e armoniosa da paesaggista, e il suo amore per la caccia, commisurato a quello infinito per gli animali, lo testimonia. «Quando scesi a Torino all'Einaudi per proporre il mio manoscritto - ci ricordò - indossavo gli scarponi da montagna, e appena entrai in casa editrice mi guardarono storto, mi fecero attendere, chissà cosa pensarono. Fu così che incontrai Italo Calvino per la prima volta. Ma io venivo dalle montagne! Come avrei potuto vestirmi?».
Rigoni Stern se ne va mentre arriva l’estate, ma è con la neve che lo ricordiamo. La neve che tornerà a coprire i suoi prati di Asiago, le lapidi del cimitero, le case, addolcendo gli spigoli e anche la morte. La neve del sergente e la neve della Formazza. «Ho tante nevi nella memoria - scrive in Le vite dell'Altipiano (Einaudi, 2008) -: nevi di slavine, nevi di alte quote, nevi di montagne albanesi, di steppe russe, di lande polacche. Ma non di queste intendo parlare; dirò di come le nevi un tempo venivano indicate dalle mie parti: nevi dai più nomi, nevi d’antan, non considerate nei bollettini delle stazioni di sport invernali».
La Brüskalan, la sneea, l’haapar, l’haarnust... C’era un suo personale senso della neve che solo le sfumature del linguaggio dialettale possono cogliere. E anche questa appartenenza a una koinè, a un certo modo di intendere il linguaggio, hanno fatto la scrittura di Rigoni Stern. Ci rimarrà impressa l’immagine, sobria e assoluta come la sua scrittura, del ragazzo che apre la bocca verso il cielo per sentire la neve sciogliersi sulla lingua.
Lorenzo Scandroglio
Il Giornale, 18 giugno 2008

Lui sapeva dialogare con la natura
di Rolly Marchi
Anche il grande e caro Mario Rigoni Stern è uscito di pista e al fatale traguardo lo attendevo ormai da un paio di mesi. La notizia l’avevo appresa a Trento, alla cerimonia del premio Itas per i libri di montagna, dove da anni lui presiedeva la giuria. Non c’era, e purtroppo la sua assenza era giustificata.Avevamo da più di mezzo secolo alcune forti comunanze: l’amore per la neve, la storia bellica, i dialetti delle nostre terre, lo stesso anno di nascita che ci impose dolori e speranze nella guerra. Lui nel gelo della Russia, io nel deserto africano. Ne parlammo più volte, soprattutto prima dell’uscita del suo Il sergente nella neve.Sapeva scrivere, ma la sua grandezza, se mi è consentito, gli veniva dal suo eccezionale dialogo con la natura nelle sue molteplici ricchezze, animali, piante, fiori, unitamente alla forza dei silenzi e delle grandi solitudini. Una mattina, camminando fra i pini di Asiago, cantavano molti uccelli e si divertì a farmene indovinare qualcuno. «Ti dò appena sei - mi disse dopo l’improvvisato esame -, ma non ti boccio, perché la tua Trento non arriva nemmeno a 200 metri sul mare».Eravamo diversi nei tanti rapporti con la vita, lui fedelissimo alla moglie e alla famiglia, io forse più dedito a libertà goliardiche, lui calibrato anche nel godere i cibi e i buoni vini, io votato a qualche eccesso in più. Comunque ambedue soddisfatti - e ce lo ripetevamo sempre nei non frequentissimi incontri - di essere usciti dalla guerra e di essere ancora attivi, nonostante le nostre ottantasette primavere.Un ultimo ricordo, secondo me simpatico e sicuramente unico, riguarda il 1978, quando ci trovammo ambedue contenti e soddisfatti finalisti del Premio Campiello, tra i riflessi dei canali e i voli dei colombi di Venezia. Avevo letto il suo libro, Storia di Tönle, singolare personaggio della sua terra alpina, che si sarebbe scontrato con il mio molto trentino Ride la luna. E parlando delle nostre rispettive pagine, gli dissi: «Quel Tönle l’hai fatto morire così bene che non puoi che vincere!». E così fu. Dopo la proclamazione, sotto le stelle, ci lasciammo con un abbraccio, lui con la medaglia d’oro del vincitore e io con quella di bronzo del terzo classificato, ma ugualmente contento del risultato.
Il Giornale, mercoledì 18 giugno 2008

giovedì 12 giugno 2008

Antonio. Guerriero di Dio

In occasione della Festa di Sant’Antonio vi consigliamo di acquistare o noleggiare il dvd del film di Antonello Bellucco e Sandro Cecca: “Antonio. Guerriero di Dio”, uscito nelle sale cinematografiche nel 2006, prodotto dalla “A.B. Film” ed interpretato dall’attore spagnolo Jordi Molla, con la partecipazione straordinaria di Arnoldo Foà e la colonna sonora firmata dal maestro Pino Donaggio.

Sant'Antonio è il Santo più popolare della cristianità ed ha devoti in ogni angolo della terra persino tra indù e musulmani. Inoltre è il Santo che è stato canonizzato nel più breve tempo possibile: ad 11 mesi dalla sua morte.La sceneggiatura del film ha avuto l'approvazione da parte del rettore della Basilica del Santo (visitata da circa 4.500.000 fedeli l'anno) e del direttore generale ed editoriale del "Messaggero di Sant'Antonio" (periodico venduto per abbonamento a circa 1.200.000 fedeli in tutto il mondo - http://www.santantonio.org/) per la fedeltà alle fonti storiche con una particolare attenzione nell'evidenziare il pensiero e la spiritualità del Santo

Opposizioni unite per blindare la Costituzione

"Riaffermare la garanzia di rigidità della Costituzione" per "sottrarla alla disponibilità della maggioranza". Questo l'obiettivo della proposta di legge costituzionale, presentata alla Camera e contemporaneamente al Senato, da Pd, Idv e Udc. La proposta prevede di "elevare a due terzi dei componenti delle Camere il quorum attuale previsto per l'approvazione, in seconda votazione, di leggi di modifica o di revisione della Costituzione". Nonché, "stabilire che non si faccia luogo a referendum solo se la legge di revisione costituzionale sia stata approvata, nella seconda votazione di ciascuna Camera, a maggioranza dei quattro quinti dei suoi componenti". La proposta di legge porta le firme di Giovanni Bachelet, Antonello Soro, Rosy Bindi, Gianclaudio Bressa, e tra gli altri, Leoluca Orlando, Savino Pezzotta e Bruno Tabacci. Mentre al Senato presenta la firma di Oscar Luigi Scalfaro, poresidente emerito della Repubblica. Viene ripresa proprio una sua proposta della scorsa legislatura, ed ha un precedente anche nella XII legislatura a firma di Bassanini ed Elia e che fu sottoscritta anche Da Walter Veltroni. "L'attenzione dei firmatari della proposta - di legge in una nota - è rivolta al fatto che le leggi elettorali, sia quella proporzionale con premio di maggioranza che quella maggioritaria, trasformano maggioranze relative di elettori in maggioranze assolute di deputati e senatori, in grado di modificare, come già avvenuto, parti della Costituzione". Ma, osservano i firmatari della proposta di legge, "la Costituzione non dovrebbe essere esposta alle opinioni, o peggio alle convenienze dei vincitori di turno delle competizioni elettorali e va, di conseguenza, sotratta alla disponibilità della maggioranza: ciò rappresneta il presidio più robusto delle libertà e dei diritti di tutti e di ciascuno". (AGI)

(Fonte: MessaggeroVeneto, 12 giugno 2008)

martedì 10 giugno 2008

Giovani: impazza internet

I giovani italiani sono sempre più internet-dipendenti (quattro su cinque navigano in rete almeno una volta la settimana) e "schiavi" del cellulare (lo usa il 97,2%), ma pronti anche a ritagliare spazi importanti ai libri: il 74,1% ne legge almeno uno l'anno (testi scolastici esclusi, ovviamente) e il 62,1% più di tre.
E' l'identikit tracciato dal settimo Rapporto sulla comunicazione Censis/Ucsi, promosso da H3G, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecom Italia.
Lo studio registra un aumento generalizzato nell'impiego di tutti i media, ma ad apparire "enorme" è soprattutto il balzo in avanti nell'uso del web da parte degli italiani tra i 14 e i 29 anni: tra il 2003 e il 2007, in questa fascia d'età l'utenza complessiva (uno o due contatti la settimana) è passata dal 61 all'83%, e l'uso abituale (almeno tre volte la settimana) dal 39,8% al 73,8%.
A stupire, invece, non è tanto che il telefonino sia usato praticamente da tutti i giovani (il 97,2%), quanto constatare che l'abitudine alla lettura fa nuovi proseliti: il 77,7% dei giovani legge un quotidiano (a pagamento o free press) una o due volte la settimana (erano il 59,9% nel 2003), mentre il 57,8% legge almeno tre giornali la settimana; i periodici hanno un'utenza complessiva pari al 50% dei giovani, 6 punti percentuali in più rispetto a quattro anni prima. Quanto alla flessione nell'uso della televisione tradizionale (dal 94,9 all'87,9%), appare compensata dall'incremento conosciuto in questi anni dalla tv satellitare, cresciuta dal 25,2 al 36,9%.
"Le differenze di genere - segnala la ricerca - si sono notevolmente ridotte, ma non annullate: nell'utenza complessiva dei media (una o due volte la settimana), le femmine ascoltano di più la radio (il 90,3% contro l'83,1% dei maschi) e leggono di più i periodici (il 55,2% contro il 45,3%), i maschi leggono di più i quotidiani (l'80,4% contro il 74,6% delle ragazze) e guardano di più la tv satellitare (il 39,9% contro il 33,6%)".
Più marcate le differenze legate alle diverse fasce d'età. I giovanissimi tra i 14 e i 18 anni sono i più voraci consumatori di media, con due importanti eccezioni: quotidiani e radio. Se il dato relativo all'ascolto della radio riferito a tutti i giovani è in aumento (gli utenti complessivi sono passati dall'82,8 all'86,5%), nella fascia 14-18 anni è in calo al 78,9%. "Sono le stesse funzioni e tecnologie del linguaggio radiofonico ad essere profondamente mutate - scrivono gli autori del rapporto - perché la 'colonna sonora' della giornata di un adolescente si compone ormai di podcast e download di mp3 dalla Rete, telefonini e lettori usati anche come apparecchi radio, playlist scambiate attraverso i blog".
Morale: aumenta il numero dei media ed è sempre più difficile tracciare un confine tra di essi, grazie soprattutto al ruolo di internet. Ma i giovani si trovano a loro agio in questo contesto e praticano un vero "nomadismo mediatico" che realizza, in pratica, il compimento di quella multicanalità che i teorici del web e delle tlc avevano preconizzato alla fine degli anni '90.
Esistono comunque alcune differenze fra le abitudini dei giovani italiani e quelle dei coetanei europei: ovunque si fa un grande uso del telefonino, ma negli altri paesi gli utenti abituali scendono dal 96,5% dell'Italia all'89,3% della Germania, all'83,9% della Gran Bretagna, all'83,7% della Spagna e al 73,8% della Francia. Per i giovani inglesi e tedeschi internet riveste un ruolo ancora più importante che in Italia (l'uso abituale raggiunge il 77,7% in Gran Bretagna e il 76,5% in Germania) mentre i ragazzi spagnoli e francesi non solo usano meno internet (rispettivamente il 69,5% e il 65,7%), ma leggono anche meno libri dei coetanei europei: almeno tre libri l'anno per il 43,3% degli spagnoli e il 48,1% dei francesi, contro il 60,7% dei tedeschi, il 62,1% degli italiani e il 64,5% dei britannici.
(fonte: Affari Italiani)